Siamo in vico della Quercia a Napoli, centro storico della città. È la tarda serata di giovedì 25 giugno. All’improvviso un rumore fragoroso. Da un cornicione crollano dei calcinacci. L’episodio ha preoccupato residenti e gestori dei locali presenti nella via. Per fortuna nessun passante è stato colpito dalle pietre. Del resto questa piccola stradina del capoluogo campano, con la vicina via Cisterna dell’Olio, durante la settimana dopo le 22, è poco frequentata, quasi deserta. I motivi sono due: il caldo che porta cittadini e turisti verso le zone vicine al mare ma soprattutto l’ordinanza ‘movidicida’ (o meglio ‘localicida’) approvata dal Comune. L’amministrazione guidata dal sindaco Gaetano Manfredi a inizio giugno ha infatti vietato fino ad ottobre il consumo in piedi di bevande all’esterno dei bar. La misura, già prevista per alcune zone comprese tra le piazze Bellini e San Domenico Maggiore, è stata estesa anche in questa piccola parte del centro antico e anche al noto quadrilatero dei ‘Baretti’ di Chiaia.

Un provvedimento discriminante preso come risposta alla sentenza del Tribunale che mesi fa ha condannato Palazzo San Giacomo a risarcire un gruppo di cittadini. Il comitato di residenti, infatti, aveva denunciato il Comune, ritenuto colpevole di non aver preso provvedimenti contro l’inquinamento acustico delle strade e dalle piazze della città e che avrebbe rovinando serenità e tranquillità degli abitanti. I giudici hanno sanzionato l’amministrazione poiché ritenuta incapace di tutelare i cittadini. Quale è stata la risposta del Comune? Emanare ordinanze restrittive per chi fa impresa, tra chiusure e divieti per dare una stretta a chi svolge attività imprenditoriali che danno lavoro a molti dipendenti e servizi per cittadini e turisti. Se i residenti gioiscono, gli esercenti piangono. Infatti queste ordinanze non fanno altro che far crollare i fatturati e rischiare la chiusura. Inoltre il fenomeno favorisce gli abusivi e fa crollare la sicurezza.

Infatti chiudere le attività solo di alcune strade non è sicuramente la soluzione per contrastare gli assembramenti e l’inquinamento antropico. Infatti gruppi di amici e conoscenti spesso sostano in strada liberamente, senza neanche consumare nei locali. La confusione dovuta al vivere la strada può essere in alcuni casi fastidiosa per i residenti, ovvio, ma che colpa ne hanno i commercianti che aprono in regola, pagano le tasse e fanno tutto in maniera corretta? E può mai un Comune inviare nelle strade flotte di agenti municipali a disperdere la folla? Certo che no, non siamo in uno stato di polizia. Però agenti, rigorosamente in borghese, continuano a fare controlli senza sosta anche solo nei locali perfettamente in regola. Agenti spesso in imbarazzo, che dipendono dalle continue e pressanti segnalazioni fatte da residenti ostinati e battaglieri.

Ciò che è accaduto quella sera ha anche dimostrato altro: che nelle strade di Napoli i pericoli – anche e soprattutto per i residenti – non sono causati da chi fa impresa. Se crollano calcinacci, se le strade sono luride, se l’illuminazione è fatiscente, se la sicurezza non è garantita, in un capoluogo che si vanta di avere vocazioni europee per la sua storia, cultura e bellezza, che colpa ne possono avere i commercianti? L’assurda morte del 14enne Salvatore Giordano nel 2014 evidentemente non ci ha insegnato niente. Basta sollevare la testa e guardare le condizioni in cui versano ballatoi, balconi e cornicioni dei palazzi della nostra città. Condizioni pietose, spesso messi in sicurezza con i tipici teli verdi e poi lasciati lì pronti a crollare e causare disastri dopo anni.

Senza dimenticare che Napoli sta lentamente perdendo l’anima della movida. Un’agonia lenta e silenziosa che va avanti da anni e che ha visto sparire il ‘clubbing’, la musica dal vivo nei locali, persino gli artisti di strada non si vedono più. Un peccato e una perdita di fermento, cultura, arte, creatività e quant’altro questa città è capace di esprimere. Su questi temi è altrettanto responsabile la cittadinanza, forse troppo assuefatta dalla mediocrità. Tanto da fare poco per vincere queste battaglie ma in una sua parte estremamente motivata a contrastare quella che è definita come movida selvaggia. Sarebbe altresì importante assistere a mobilitazioni volte ad ottenere diritti sacrosanti di civiltà. E come lo si può trovare questo labile equilibrio? Magari coinvolgendo proprio quei privati così tanto spesso trattati da ‘nemici’. Perché chi crea lavoro, dà servizi al pubblico e chi vive in un territorio sono protagonisti della stessa storia: quella di una città dove lo sviluppo sostenibile deve essere una priorità. Quindi, ad esempio, lasciate agli imprenditori la cura delle strade nelle quali operano – secondo vincoli pubblici naturalmente – e in cambio offrite sgravi fiscali e servizi all’altezza. Di sicuro ne saranno felici anche i residenti che potranno vivere in strade luminose, pulite, verdi e sicure.

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Nato a Napoli il 26 maggio 1986, giornalista professionista dal 24 marzo 2022