Il rilancio
L’Iran alza la posta su Hormuz (“liberate Gaza”) e innova la catena di comando delle forze armate
Teheran sfida ancora una volta gli Usa e alza la posta per l’apertura dello Stretto di Hormuz, ponendo come condizione pregiudiziale la liberazione di Gaza. Il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ha presentato agli sherpa del Pakistan, mediatore del negoziato, una lista di condizioni per l’apertura di Hormuz: “La fine delle aggressioni contro la Palestina (cioè contro Hamas), contro il Libano (cioè contro Hezbollah), contro l’Iraq (cioè contro Kata’ib Hezbollah, le Forze di mobilitazione popolare) e contro tutte le altre milizie, ramificazioni della Repubblica islamica in Medio Oriente; la fine del blocco navale Usa; la fine di ogni minaccia all’Iran; il ritiro degli Stati Uniti dalla regione; il risarcimento dei danni di guerra subiti; la revoca di tutte le sanzioni e lo sblocco dei beni congelati”.
Intanto l’Iran si prepara a una eventuale nuova escalation della guerra ricostruendo la catena di comando delle sue forze armate. La Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei ha nominato a capo delle forze armate del Paese Ali Abdollahi, un generale del Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (Irgc), ponendo dunque sotto il comando dei fedelissimi Guardiani della rivoluzione anche l’esercito iraniano. L’ex comandante in capo dei Pasdaran, Mohsen Rezaei, è stato invece nominato a capo del massimo organo per la sicurezza nazionale del Paese. Dunque ora tutto l’apparato militare e di sicurezza è sotto il comando dei Guardiani della rivoluzione. Rezaei, 71 anni, che aveva guidato in passato l’élite paramilitare, è colpito da un mandato di arresto internazionale per il presunto ruolo avuto in uno degli attacchi antisemiti più letali degli ultimi decenni, l’attentato al centro comunitario ebraico AMIA di Buenos Aires, in Argentina, nel 1994.
Teheran continua a negare di aver intavolato trattative dirette con gli Stati Uniti. Ora l’Iran sta negoziando con l’Oman per l’apertura di una rotta sicura temporanea attraverso il canale di Hormuz. Sarebbe già stato raggiunto un accordo tecnico sulle rotte con Muscat completamente lontano da quanto prescriveva il memorandum d’intesa, ormai fallito, mediato dal Pakistan. Questo nuovo accordo non richiede per Teheran una approvazione parlamentare perché è un accordo di navigazione tra due Stati costieri. L’accordo, se finalizzato, prevedrebbe una rotta attraverso lo Stretto al di fuori dei tre corridoi di navigazione esistenti, il cui traffico in entrata verrebbe controllato strettamente da Teheran, mentre l’Oman potrebbe concedere l’autorizzazione all’uscita previa notifica dell’Iran. L’accordo darebbe comunque all’Iran la possibilità di intervenire nella via navigabile, e le compagnie di navigazione pagherebbero volontariamente delle tariffe per il transito. Non è specificato se le tariffe verrebbero destinate sia all’Iran che all’Oman o solo a Teheran.
La Repubblica islamica non intende per nulla rinunciare alla sovranità sullo Stretto. Gli Usa non possono accettare questa condizione. Ma Teheran sa di avere nelle mani una leva strategica molto importante, e inoltre è noto che nella dottrina strategica fondante della Repubblica islamica la pace con Washington, Israele e l’Occidente non è prevista. La politica estera iraniana ha due pilastri fondamentali a cui non può rinunciare: nucleare e guerra all’Occidente. La sua è una necessità di sicurezza ontologica. L’ostilità verso l’America non è una merce di scambio; è il fondamento dell’identità del regime e del suo senso di legittimità. Qualsiasi accordo che imponga di abbandonarla rappresenta una minaccia esistenziale maggiore della guerra. Trump sembra ignorare tutto questo. La strategia è mettere in ginocchio l’Amministrazione americana sul piano politico piuttosto che sconfiggerla militarmente. Impresa, questa, impossibile.
Intanto la Repubblica islamica cerca di riorganizzare le sue forze per procura anche in Iraq in un momento in cui i gruppi armati sciiti eterodiretti da Teheran subiscono pressioni, senza precedenti, per il loro disarmo sia da parte di Baghdad che dall’Amministrazione del presidente Trump. Esmail Qaani, capo della Forza Qods del Corpo dei Guardiani della rivoluzione islamica, si è recato per questo a Baghdad, dove ha incontrato alcuni leader delle Unità di Mobilitazione Popolare (Pmu) e funzionari dell’alleanza di partiti e fazioni sciite dell’Iraq raggruppati nel “Quadro di Coordinamento iracheno”, per impedire il disarmo delle milizie sciite alleate e per preservare la loro influenza nel governo iracheno, impedendo al contempo lo scontro con lo Stato.
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