Esteri
Gli infiniti funerali di Khamenei con milioni di partecipanti ogni giorno. Trump: “Pensavo lo odiassero”
Proseguiranno fino al 9 luglio le celebrazioni per il funerale di Alì Khamenei, la cui bara, collocata per due giorni in una teca di vetro nella Grande moschea di Teheran, è stata portata in processione per le strade della città. Lo stesso leader supremo e spirituale Khamenei, è stato ucciso proprio quest’anno durante un raid aereo congiunto da parte di Israele e Stati Uniti.
Sul numero di persone che ogni giorno si recano alla cerimonia funebre di Khamenei il regime ha stimato circa 15 milioni di partecipanti. Secondo l’agenzia Tasnim, dalle 5:30 e le 7:00 tra il 5 e il 6 luglio, sono stati registrati 7 milioni e 141 mila viaggi nella sola rete metropolitana. Numeri che, sin da subito, appaiono già “gonfiati”: quella iraniana di fatto, è prima di tutto una prova di forza nei confronti del nemico statunitense. Nella piazza, tra il cordoglio e la disperazione generale, si leggono cartelli che vogliono la morte del Presidente Trump e di Israele, sventolando bandiere rosse, tradizionale simbolo di vendetta, e dell’Hezbollah libanese. Alle invocazioni divine di rivalsa da parte dei partecipanti, vestiti rigorosamente di nero, lo stesso Presidente Donald Trump ha risposto: “Pensavo che la gente lo odiasse. Forse sono lacrime finte”. Un trasporto emotivo che va oltre i tempi del protocollo: i fedeli di fatto, alla fine di ogni giornata di rito funebre, si rifiutano di lasciare la salma del già amato Hayatollah, seguendo la veglia alla luce delle torce.
Oggi le cerimonie proseguiranno nella città santa di Qom, mercoledì a Najaf e Karbala in Iraq, mentre giovedì il corpo del leader supremo Khamenei verrà portato a Mashhad, sua città natale, dove verrà sepolto. La ritualità infatti si articola seguendo la rigida struttura dettata dal Ta’ziyeh: dalla già citata camera ardente (Vadaa), si procede con la lenta processione in cui la bara viene sfiorata in cerca di benedizione, al pellegrinaggio del feretro nelle città sante. In questo contesto, il simbolismo legato ai colpi ritmati dei manifestanti sul petto assume un significato particolare: il Sineh-Zani rappresenta tutto il rimorso e la rabbia di non avere salvato l’Imam nel momento del bisogno. Dal versante di Trump, è proprio lui a ribadire più volte ad Axios che: ”Potremmo eliminarli tutti, ma non lo faremo perché non avremmo più nessuno con cui negoziare”. E saranno proprio questi colloqui ad essere cruciali nei prossimi mesi tra Usa e Iran, riguardanti proprio lo stretto di Hormuz.
Il grande punto di domanda riguarda altrettanto Mojtaba Khamenei, figlio del defunto leader e futura guida suprema dell’Iran, la cui assenza, ha fatto sollevare voci di una possibile fuga. A complicare il quadro è la profonda frattura sociale del paese: se la piazza mostra il volto del fondamentalismo, un Iran giovane e sotterraneo, stremato da anni di inflazione galoppante e forti restrizioni nei confronti delle donne iraniane, osserva la fine dell’era Khamenei come un’opportunità di rottura. Una miccia che, di fatto, è esplosa dopo la notizia del raid: centinaia di donne iraniane sono scese in piazza bruciando l’hijab, e intonando i canti di donna vita e libertà.
Agli occhi occidentali così, questo cordoglio, quasi “estremo” di una parte dell’Iran per la scomparsa della sua guida suprema e spirituale, equivale quasi allo strazio per la perdita di un caro parente. L’Iran così si trova di fronte al suo anno zero: bisognerà capire se il futuro del paese si giocherà sui negoziati internazionali, o, ancora una volta, dalle piazze insanguinate della rivolta.
© Riproduzione riservata







