Giustizia
Così i magistrati si alzano lo stipendio da soli. Chi deve custodire i custodi?
C’è un aumento di stipendio in ballo per i magistrati italiani, e la domanda giusta non è quanto, ma chi decide. Risposta: altri magistrati. Prima il TAR del Lazio lo respinge, poi il Consiglio di Stato lo concede, ribaltando i colleghi di primo grado. Dal 4,85% al 6,22%, per un conto che tra arretrati e trienni futuri sfiora il miliardo. Dalla richiesta alla sentenza definitiva, tutto resta in famiglia.
Nessun pregiudizio sul quantum, sia chiaro. Sono figlio di chi presiedette il maxiprocesso: so che pagare bene un giudice è, in teoria, un argine alla corruzione. Anche se i casi, ultimamente, non calano affatto. Il problema non è lo stipendio. È chi lo fissa. E l’indipendenza della magistratura, tirata in ballo a ogni occasione, qui non c’entra: indipendenza è giudicare senza subire pressioni, non liquidarsi da soli il conto. Camus lo aveva capito bene: ogni potere che dimentica la propria misura scivola, prima o poi, nell’eccesso. Qui la misura si è persa per strada. Agli avvocati, nel frattempo, hanno abolito le tariffe nel 2012. L’equo compenso del 2023 protegge dalle banche, non dallo Stato: nel gratuito patrocinio i parametri restano tagliati del 50%, e le Corti d’Appello liquidano il resto con generosità francescana, tanto i parametri forensi restano lettera morta.
Manzoni raccontava già le gride: leggi scritte ovunque, rispettate da nessuno, quando di mezzo c’è chi conta davvero. In mezzo c’è il ceto medio: troppo ricco per il gratuito patrocinio, troppo povero per trentamila euro di parcella, schiacciato da un’attività, custodia cautelare, rinvio a giudizio, decisa da chi si è appena aumentato lo stipendio da solo. ANM, Governo e avvocatura si siedano allo stesso tavolo. Legiferi il Parlamento, non le sentenze. Perché finché il giudice del proprio aumento è anche il beneficiario, la sentenza è già scritta prima del ricorso. Quis custodiet ipsos custodes? Nel dubbio, i custodi hanno già risposto da soli.
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