La ripartenza
Missione SkyShield, l’Europa prende coraggio per difendere i cieli ucraini
È venuto per l’Europa il momento di decidere: dobbiamo proteggere direttamente i cieli ucraini. Per certo dibattito politico italiano, pieno di propaganda criptorussa e retorica pacifista, questo argomento appare “guerrafondaio”. Sarebbe invece una piena assunzione di responsabilità.
Partiamo da una notizia agghiacciante nella sua sobrietà tecnica: la notte tra domenica e lunedì, la contraerea ucraina non ha abbattuto nessuno dei 29 missili balistici lanciati dalla Russia. Zero su 29. Il colonnello Yuriy Ignat, portavoce dell’aeronautica militare, ne ha spiegato la ragione: manca il rifornimento costante di missili intercettori PAC-2 e PAC-3 per i sistemi Patriot. Mosca lo sa, e concentra sempre più gli attacchi sulla componente balistica, quella che l’Ucraina fatica a fermare. Questo dato arriva pochi giorni dopo l’attacco del 2 luglio su Kyiv: 74 missili, 25 balistici, almeno 30 morti. Il terzo attacco più letale sulla Capitale dall’inizio della guerra.
Quella di Mosca è una strategia della disperazione. Sul terreno la Russia arretra: ha perso terreno tra aprile e maggio 2026, vede la Crimea praticamente isolata e nelle ultime settimane per ogni perdita umana inflitta all’Ucraina cadono otto soldati russi, spesso reclute alle prime armi. Gli attacchi ucraini alle raffinerie hanno messo fuori uso oltre il 20% della capacità russa, con numerose regioni che razionano il carburante. Incapace di vincere sul campo, Mosca colpisce dunque i civili con missili e droni Shahed, intercettati finora in oltre il 90% dei casi (quasi un miracolo), ma la carenza di intercettori Patriot e l’arrivo sulla scena dei nuovi droni russi Geran-4 rendono questo equilibrio molto fragile. Il paradosso cui siamo di fronte è quello di una Ucraina che tiene il fronte, colpisce in profondità le infrastrutture russe, ma fa fatica a garantire la sicurezza dei civili lontani dal fronte.
È dunque il momento di parlare seriamente dello SkyShield. Si tratterebbe di un’area di protezione aerea limitata alle regioni occidentali e centrali del Paese, lontana almeno 200 chilometri dalla linea del fronte, dunque fuori dal raggio dei sistemi antiaerei russi terra-aria e senza contatto diretto con le forze di Mosca schierate al fronte. Circa 120 caccia europei (con assetti già oggi in dotazione a Italia, Francia, Germania, Polonia, Paesi Bassi) pattuglierebbero questo spazio in coordinamento con l’aeronautica ucraina, con il compito specifico di intercettare missili da crociera, droni Shahed e Geran-4 prima che raggiungano Kyiv, Leopoli, Odessa o le centrali nucleari. Non bombardare postazioni russe, non colpire il territorio russo: solo abbattere ciò che sta per colpire i civili. Una missione difensiva, simile alla protezione che la Nato già offre ai Baltici.
Lo sostengono ex comandanti Nato come Breedlove e Shirreff, che ne sottolineano l’efficacia: Skyshield avrebbe più impatto sul terreno di 10.000 soldati a terra, con un rischio di escalation molto minore, proprio perché eviterebbe l’attrito diretto con le forze russe. Se l’intercettazione dei missili balistici diventasse anche compito di caccia europei, il vuoto lasciato dalla carenza di Patriot potrebbe essere colmato. Dal 2025 la Russia viola già gli spazi aerei di Polonia, Romania, Estonia, Lettonia. Come dice il ministro degli Esteri polacco Sikorski, il confine tra proteggere i cieli Nato e quelli ucraini si sta assottigliando nei fatti. Non mi illudo che un’idea simile susciti entusiasmo popolare. Ma c’è il tempo delle scelte popolari, e c’è il tempo delle scelte storiche ed esistenziali.
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