I droni ucraini non danno tregua alla Russia. Nell’ultima notte, la contraerea ha abbattuto 419 velivoli a pilotaggio remoto in tutto il Paese. Nella regione di Mosca, a Yegoryevsk, un drone ha colpito una casa provocando un incendio che ha ucciso un bambino di sei mesi. Altre persone sono state estratte vive dalle macerie dopo alcune ore. Una donna è morta nella regione di Tver nell’incendio della propria abitazione. E nel resto del Paese si sono registrati diversi feriti per i frammenti dei droni o le esplosioni. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, in una dichiarazione decisamente curiosa – vista la pioggia di fuoco russa che da quattro anni e mezzo colpisce l’Ucraina – ha chiesto un intervento della comunità internazionale. “I civili soffrono, i bambini muoiono”, ha detto Peskov. Ma per Vladimir Putin, il problema dei droni di Kyiv è molto più complesso del solo, quanto tragico, numero delle vittime.

Da alcune settimane, i lanci dall’Ucraina si sono fatti sempre più intensi e sempre più precisi. E il risultato strategico inizia a essere ormai impossibile da nascondere per lo stesso Cremlino. Dopo i raid su diversi terminal petroliferi e raffinerie, la penuria di carburanti potrebbe addirittura costringere Mosca a importare prodotti petroliferi. “Un’ulteriore azione per stabilizzare il mercato”, ha ammesso Peskov, “e frenare la domanda speculativa”. E questo è solo l’ultimo segnale di un problema che per la Federazione comincia a farsi complicato. Colpire l’oro nero russo, infatti, non è solo un modo per tagliare prezioso ossigeno alle casse di Mosca. I droni ucraini stanno smontando l’intera narrazione di Putin riguardo a una popolazione russa che non avrebbe avvertito le difficoltà e i danni del conflitto. Ormai non solo le regioni di confine, ma anche la stessa Mosca, San Pietroburgo e regioni anche molto distanti dal confine con l’Ucraina sono potenziali obiettivi dei velivoli di Kyiv. E Volodymyr Zelensky ieri ha ribadito che i droni a lungo raggio rappresentano ormai “le nostre sanzioni” contro la Russia per costringerla a fermare la guerra.

Per il presidente ucraino, ieri, è stato colpito anche il Centro di comunicazioni spaziali russo di Dubna: centrato per la seconda volta in otto giorni. “Stiamo rendendo il più difficile possibile per lo Stato aggressore condurre la sua guerra contro l’Ucraina e occupare i nostri territori”, ha affermato Zelensky, che ha ricordato che quella base è fondamentale anche per l’intelligence militare e il coordinamento delle forze russe in Ucraina. E questi attacchi rappresentano colpi non proprio secondari per un Putin che sta cercando di evitare che la popolazione perda la fiducia nella conduzione della guerra. Per lo “zar”, la cosiddetta “operazione militare speciale” doveva essere uno strumento per rafforzare la propria leadership ma anche plasmare una sorta di nuova Russia. A tal proposito, il Cremlino ha anche cercato di far passare il messaggio che per i veterani del fronte ucraino si sarebbero aperte le porte di numerose carriere statali e parastatali. Una nuova élite bellica che però, secondo Meduza, si sarebbe formata solo parzialmente. Per il media indipendente, è vero che oltre un migliaio di soldati tornati in patria ha ottenuto degli incarichi pubblici o rappresentativi. Nell’ultimo anno, vi sarebbe stata anche una crescita di questo fenomeno. Tuttavia, molti sarebbero in realtà già ex funzionari, militari in carriera e persone vicine ai circoli di potere locali. E la maggior parte non si è mai recata davvero al fronte, partecipando alla guerra ma solo in posti ben lontani dalla prima linea.

Tra pochi veterani riassorbiti nella società e droni che colpiscono anche il cuore della Russia, per Putin la narrativa di una guerra distante, utile e pressoché a costo zero per i civili diventa dunque insostenibile. E questo rischia di complicare non poco il modo in cui Mosca si approccia al negoziato. Il capo del Cremlino voleva imporre delle condizioni a Zelensky basate sul campo di battaglia. Ma ora, con questi raid continui, l’idea di una Russia in netto vantaggio rischia di perdere valore anche nella mente del principale interlocutore di Putin per questo negoziato: cioè Donald Trump. Il presidente russo ha detto di attendere a Mosca l’arrivo degli inviati Usa (Steve Witkoff e Jared Kushner) quando non saranno più impegnati nel negoziato con l’Iran. Ma sullo “spirito di Anchorage” citato spesso dal tycoon, lo “zar” è stato chiaro: non è un compromesso per far finire la guerra.