Mauro Moretti non può parlare. La dura presa di posizione del Comitato di redazione del Sole 24 Ore contro la scelta del giornale di ospitare un intervento dell’ex amministratore delegato delle Ferrovie dopo la condanna definitiva per la strage di Viareggio apre una discussione che va ben oltre il caso specifico.

Nel comunicato, diffuso lo scorso fine settimana, il Cdr ha accusato i vertici del giornale di aver dato spazio soltanto alla tesi difensiva di un manager condannato in via definitiva, senza offrire ai lettori una ricostruzione alternativa dei fatti e senza ricordare il lungo percorso processuale che ha portato al verdetto finale. Una critica severa, verosimilmente fondata sull’idea che il giornalismo debba garantire completezza e pluralismo soprattutto quando si affrontano tragedie che hanno provocato decine di vittime.

La vicenda, però, pone anche una domanda diversa, forse ancora più delicata: il compito dell’informazione economica e giuridica consiste soltanto nel raccontare l’esito di una sentenza oppure anche nel discutere le questioni di diritto che quella sentenza solleva?
Il punto non riguarda infatti la legittimità della decisione della Cassazione, che chiude definitivamente il procedimento, e tantomeno si tratta di mettere in discussione il dolore delle vittime o la necessità di accertare le responsabilità. Il tema è un altro. E’ possibile interrogarsi criticamente sulle categorie giuridiche utilizzate dai giudici senza essere accusati di voler delegittimare il processo?
Pur senza entrare nel merito del caso concreto, è innegabile una tendenza che da anni attraversa il diritto penale contemporaneo, la progressiva espansione della responsabilità delle figure apicali nelle grandi organizzazioni.

Nelle imprese complesse esiste il rischio di costruire una figura di manager “tuttologo”, chiamato a rispondere di eventi che materialmente non avrebbe potuto impedire. In questa prospettiva, il confine tra responsabilità personale e responsabilità per la mera posizione ricoperta rischia di diventare sempre più sottile, fino ad avvicinarsi a una forma surrettizia di responsabilità oggettiva, incompatibile con i principi fondamentali del diritto penale liberale.
Sono questioni che appartengono al cuore del dibattito giuridico e che non possono essere liquidate come semplici argomenti difensivi. Del resto, analoghe preoccupazioni sono emerse negli anni in altri settori. In ambito sanitario, l’ampliamento dell’area della colpa professionale ha favorito la cosiddetta medicina difensiva e nella pubblica amministrazione si è parlato di burocrazia difensiva o paura della firma.

C’è poi un ulteriore elemento che merita attenzione ed è il rapporto tra giustizia e opinione pubblica. Nelle grandi tragedie collettive la richiesta di una risposta giudiziaria è comprensibile e spesso inevitabile. Tuttavia, il clima mediatico tende quasi sempre a sviluppare un’aspettativa di colpevolezza, trasformando il processo penale in una sorta di obbligazione di risultato. In questo contesto, la ricerca del responsabile rischia di prevalere sulla riflessione riguardo ai limiti stessi della responsabilità penale.

Per il Cdr del giornale di Confindustria il direttore avrebbe dato spazio soltanto alle ragioni della difesa. Ma il rischio opposto, non meno rilevante, è quello di un’informazione che finisca per appiattirsi sulle tesi dell’accusa o sulle conclusioni della magistratura, rinunciando a interrogarsi sui problemi di diritto che ogni grande sentenza inevitabilmente pone.
Il garantismo non coincide con l’assoluzione dei potenti, così come il rispetto delle sentenze non implica la rinuncia al pensiero critico. In uno Stato di diritto, il dibattito dovrebbe riuscire a tenere insieme entrambe le esigenze: il rispetto per le decisioni dei giudici e la libertà di discutere le categorie giuridiche che quelle decisioni utilizzano. Quando una di queste due dimensioni prevale completamente sull’altra, il rischio è che la giustizia si trasformi nel mattinale della Questura e il diritto perda la sua funzione critica.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere