"Ridicolo che a fare da soggetti neutrali siano Paesi un tempo nemici del regime"
Medio Oriente, Wasserman Lande: “Negoziare con l’Iran è come fare un accordo con Hilter, Israele vive un Dspt collettivo ma sia più indipendente dalle forniture Usa”
BRUXELLES – «Israele non può concedersi il lusso di commettere gravi errori». Ruth Wasserman Lande, già membro della Knesset (Blue and White party), lo ripete scandendo piano parola per parola: «Israele non può concedersi il lusso di commettere gravi errori». Sorpresa di trovare praticamente lo stesso caldo nella Capitale belga che ha lasciato in Israele, Wasserman Lande – invitata a un appuntamento della Europe Israel press association – vanta un curriculum di serie A. Già political advisor di Shimon Peres e poi vice ambasciatrice d’Israele al Cairo, Wasserman Lande usa il nodo Libano-Israele che rischia di bloccare i negoziati Iran-Usa per tracciare uno scenario più dilatato di politica mediorientale.
Dottoressa, a che punto siamo?
«La questione israelo-libanese è diventata dirimente per la pace tra Washington e Teheran. L’assurdo è che nessun rappresentante dei due governi coinvolto sia stato invitato a Lucerna».
E perché?
«Gli Stati Uniti stanno commettendo l’errore enorme di negoziare con un sistema terroristico che ruota intorno alla Repubblica islamica dell’Iran, come se fosse un qualunque altro Stato sovrano. Ma con Teheran non si può negoziare. Avresti mai fatto un accordo con Hitler? No. Ecco, la situazione è la stessa. L’Iran sta manipolando i lavori in Svizzera proprio come fa con i suoi proxy. Il Libano intero è caduto in questa trappola. E anche le terze parti degli accordi Iran-Usa stanno facendo la stessa fine. È ridicolo che a fare da soggetti neutrali siano Pakistan, Qatar e adesso anche Egitto e Turchia. Fino a non molto tempo fa, questi Paesi erano nemici di Teheran. Quando è scappato, lo Scià si è rifugiato al Cairo. E lì è morto. A Teheran, per decenni, c’è stata una via dedicata a Khalid al-Islambouli (l’assassino del presidente egiziano, nel 1981, ndr). Con Ankara, i mullah non si sono potuti vedere. Mentre adesso con il regime ci si confronta. Si negozia. Si fanno affari».
Torniamo a Beirut. C’è un problema di Stato fallito nelle mani di Hezbollah.
«Neanche due anni fa, il governo libanese ha avuto la possibilità di riprendersi il controllo dell’esercito. Questo avrebbe significato tornare a governare. Non c’è riuscito. I cristiani sono sempre di meno. Le forze armate sono infiltrate di sciiti, che poi in realtà sono agli ordini del Partito di Dio. Uno stravolgimento degli equilibri religiosi che regolano il sistema istituzionale libanese porterebbe alla guerra civile. A sua volta, il Libano del Sud è una “buffer zone” sotto il controllo di Hezbollah, usata per fiaccare la capacità operativa di Tzahal. Sotto il castello di Beaufort è stato costruito un sistema di tunnel ben più complesso di quello di Gaza. La debolezza libanese è funzionale agli interessi dell’Iran. Che sono di natura nient’altro che ideologica».
Il regime è una teocrazia.
«Esatto. Per giunta sciita. Quindi infedele agli occhi dei sunniti. La Fratellanza musulmana, così ben infiltrata anche in Europa, deve concorrere con lo zelo sciita. L’idea della restaurazione del califfato aleggia in tutto l’Islam. Dall’Africa alla Turchia. Non è retorica. Il mondo islamico ha una viva percezione della sua storia. Di sicuro distorta, ma molto più profonda che in Occidente. Entrambi, sunniti e sciiti, ricorrono alla manipolazione. Politica quanto culturale. Trascinano dalla loro parte Paesi un tempo neutrali o avversari. Fanno proprie società lontane dalla cultura islamica. Le colonizzano. Mentre in Europa sono impegnati a convincere la popolazione letteralmente a odiare la propria cultura. Per l’Islam, l’Occidente deve rigettare il suo essere Occidente».
In tutto questo, quale carta resta in mano a Israele?
«Finché Israele bombarda il Libano del Sud, io non apro lo Stretto. È questa la minaccia di Teheran agli Usa. Nessuno però si mette nei panni di Israele. Il Paese vive un Dspt collettivo (Disturbo da stress post-traumatico, ndr). E non solo come conseguenza del 7 ottobre. Nel nord del Paese, i bombardamenti di Hezbollah fanno parte della quotidianità da decenni. Questa non è geopolitica. Questo è un problema concreto della gente. D’altra parte Netanyahu, oltre ad aver respinto la proposta della Casa Bianca, ha ammesso che il Paese è arrivato al punto di dover raggiungere una propria capacità di produzione di armamenti. Israele deve diventare autonomo dalle forniture Usa. È inevitabile. Sia dal punto di vista operativo, sia politico».
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