Mercoledì il Tesoro americano ha reinserito Francesca Albanese nella lista dei sanzionati. La vicenda era cominciata nel luglio 2025, era stata sospesa il 13 maggio dal giudice federale Richard Leon per presunta violazione del Primo Emendamento (libertà di parola), e riattuata pochi giorni dopo da una «sospensione provvisoria» della Corte d’Appello del Distretto di Columbia. Il coro europeo è schierato con lei: sanzioni illegittime, libertà di parola sotto attacco, Onu in pericolo. Vale la pena guardare la cosa dall’altra angolazione.

Francesca Albanese nuovamente sanzionata dagli USA. Il coro europeo è schierato con lei

Albanese non è una blogger, non è un’opinionista, non è una giornalista. È Special Rapporteur dell’Onu sui Territori Palestinesi Occupati, nominata dal Consiglio per i Diritti Umani. Quello che scrive non sono opinioni: sono atti formali delle Nazioni Unite. I suoi rapporti all’Assemblea Generale – «Anatomy of a Genocide» del marzo 2024, «From Economy of Occupation to Economy of Genocide» del giugno 2024 – non sono tweet. Sono documenti con numero di registrazione, logo Onu, e timbro. Quel timbro fa una differenza pratica enorme. Un rapporto del Special Rapporteur è materiale che il Procuratore della Corte Penale Internazionale può citare, e ha citato, nelle proprie richieste di mandato. Quando Karim Khan nel maggio 2024 ha chiesto i mandati contro Netanyahu e Gallant, il dossier attingeva esplicitamente alla documentazione Onu, inclusi i rapporti dei relatori speciali. È la ragione per cui gli Stati Uniti – che la CPI non riconoscono – hanno deciso di colpirla. Non per quello che pensa, ma per quello che produce.

Le sanzioni a Francesca Albanese

Il giudice Leon ha provato a riportare le sanzioni dentro il perimetro del Primo Emendamento. Argomento onesto, ma funzionalmente contorto: presuppone che Albanese sia una privata cittadina. Non lo è. È titolare di un mandato Onu, e da quel mandato deriva il peso giuridico dei suoi scritti. La Corte Suprema, nel 2010, ha già stabilito che fornire «expert advice» a soggetti considerati ostili è sanzionabile anche quando prende la forma del discorso. La Corte di Appello Federale del distretto di Columbia ha quel precedente come bussola.

Albanese ha scelto la qualifica più estrema

Poi c’è la sostanza. La qualifica di genocidio, sotto la Convenzione del 1948, richiede il «dolus specialis»: l’intento di distruggere un gruppo etnico «in quanto tale». Non bastano guerra brutale, morti civili a migliaia, distruzioni sistematiche: gli atti vanno commessi al preciso scopo di estinguere il gruppo come tale. Israele a Gaza combatte Hamas con ordini di evacuazione, corridoi umanitari, zone designate, e ha cittadini arabi pari al 20% della propria popolazione. Albanese ha scelto la qualifica più estrema, e l’ha scelta nel marzo 2024, cinque mesi dopo il 7 ottobre, quando la CIG aveva appena ritenuto «plausibile» – non accertata – la pretesa sudafricana. Non è la velocità della ricerca, è quella della politica. La conferma è arrivata in questi giorni, alla presentazione del suo libro «La luce del risveglio». Sul 7 ottobre ha detto che «non è vero che è stato l’odio nei confronti degli ebrei, è una balla». Frase che disconferma le vittime sul movente reale, sconfessato peraltro anche da Hamas stesso, e che ci dice chi è il soggetto a cui le Nazioni Unite hanno affidato un ruolo tanto delicato.

La cornice «censura dell’opinione» è sbagliata, e copre ciò che il Tesoro vuole davvero colpire: un atto giuridico travestito da rapporto morale, prodotto da una relatrice che ha abusato del mandato per qualificare come genocidio una guerra che non lo è, fornendo alla CPI materiale che americani e israeliani saranno chiamati a contestare. Non è elegante. Ma non è illegittimo nel merito. È una risposta proporzionata a un comportamento istituzionale che ha tradito l’istituzione.