L'editoriale
ONU sotto accusa: il rapporto UN Watch denuncia una deriva ideologica nei diritti umani
Il rapporto di UN Watch getta una luce definitiva su una delle componenti più influenti e meno controllate dell’apparato Onu per i diritti umani. I Relatori Speciali del Consiglio per i Diritti Umani si sono in molti casi trasformati in attivisti politici o in soggetti finanziati da regimi autoritari. Gli episodi venuti alla luce non sono pochi.
Tra gli esempi più eclatanti, Reem Alsalem, responsabile della violenza contro le donne, si è rifiutata di riconoscere il massacro del 7 ottobre e i crimini sessuali di Hamas. Alena Douhan, incaricata delle misure coercitive unilaterali, ha ricevuto 1,3 milioni di dollari da Cina, Russia e Qatar. Ben Saul, sul contrasto al terrorismo, ha incassato 150mila dollari dalla Cina tacendo sulla persecuzione degli uiguri. Tlaleng Mofokeng ha dichiarato che Hamas “non sono terroristi” e ha legittimato la lotta armata. Michael Fakhri ha accusato il Canada di “genocidio” ma ha elogiato il regime di Maduro. George Katrougalos ha ricevuto 100mila dollari dalla Cina nel 2025, promosso il libro di Xi Jinping e incontrato esponenti iraniani per denunciare insieme i “crimini israeliani e americani”. Irene Khan ha ignorato le repressioni in Arabia Saudita, Venezuela e Iran, ma ha dedicato un rapporto intero alla condanna degli Stati occidentali per la gestione delle proteste filo-palestinesi.
A questa deriva si aggiunge ora l’ennesima oscenità del 23 giugno 2026: il rapporto di un’altra cosiddetta “commissione indipendente” che accusa Israele di genocidio mirato ai bambini palestinesi. La commissione è presieduta da Srinivasan Muralidhar, un giurista indiano, affiancato da Florence Mumba, ex giudice della Corte Penale Internazionale, e da Chris Sidoti, australiano, accanito progressista, già membro storico della stessa commissione e riconfermato per garantire la continuità della narrazione. Tre profili scelti non per competenza neutrale, ma per assicurare che il risultato sia politicamente corretto: un organo partigiano in un Consiglio per i Diritti Umani che da anni produce decine di risoluzioni contro Israele e zero o pochissime condanne contro regimi come Iran, Cina, Russia o Venezuela.
Queste rivelazioni indicano una battaglia ideologica e finanziaria di lungo periodo. Da decenni, una parte della sinistra occidentale ha coltivato un terzomondismo che ha distorto i concetti di umanità, eguaglianza e libertà. Regimi autoproclamatisi rivoluzionari o anticapitalisti, responsabili della distruzione dei propri Stati e della cancellazione dei diritti umani, sono stati a lungo tollerati o idealizzati. La critica è stata riservata quasi esclusivamente all’Occidente. Questo squilibrio non è casuale: è il risultato di una maggioranza automatica di Stati autoritari e di un’ideologia che ha fatto del doppio standard il proprio metodo operativo. I Relatori Speciali e le commissioni d’inchiesta godono di un prestigio intellettuale che li rende citati senza filtri da agenzie e media. Le loro posizioni vengono spesso presentate come verdetti neutrali, mentre in realtà molti operano con conflitti di interesse evidenti e con una sistematica selezione delle violazioni da denunciare.
Dopo quanto emerso sul piano dei finanziamenti, dei doppi standard e delle nomine politiche, continuare a trattarli come autorità indiscusse significa rafforzare una narrazione preconfezionata piuttosto che informare. Questo quadro rende più chiaro il contributo che l’Onu, o almeno alcune sue strutture, ha dato nel tempo alla costruzione di un clima ostile verso Israele e, più in generale, verso l’Occidente. L’antisemitismo dilagante non nasce dal nulla. È stato preparato e alimentato per decenni anche con il sostegno finanziario di diversi Paesi arabi, poi amplificato da media e da una parte connivente della stampa occidentale.
La certificazione della bancarotta morale dell’Onu non è semplice speculazione, ma il punto di partenza per una domanda ineludibile: un’istituzione così penetrata da influenze autoritarie e da un’ideologia selettiva può ancora essere considerata un riferimento credibile in materia di diritti umani? I casi citati dimostrano che il problema non è individuale ma strutturale. Finché non si interverrà sui meccanismi di nomina, sulla trasparenza dei finanziamenti e sulla composizione del Consiglio, l’Onu continuerà a produrre non giustizia, ma narrazioni partigiane e divisioni permanenti. La riforma è diventata una necessità per chi prende sul serio i valori universali che l’Organizzazione dovrebbe difendere.
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