L'€conomista
Investimenti alternativi e sviluppo, De Blasio analizza il quadro italiano: “Risparmi e fondi pensione le leve”
Parla Eugenio de Blasio, presidente di Green Arrow Capital, che di recente ha acquisito Dea Capital: “Il problema dell’Italia non è la mancanza di capitale, ma la capacità di trasformarlo in crescita”
Crescere non è più soltanto una scelta industriale ma una condizione di sopravvivenza economica. In una fase segnata da crisi ricorrenti, trasformazioni tecnologiche e nuove geografie del capitale, il tema della dimensione torna al centro della competitività. «Se non si cresce si muore», osserva Eugenio de Blasio, presidente e fondatore di Green Arrow Capital, gruppo che con l’acquisizione di Dea Capital arriva a circa 8 miliardi di masse gestite e punta a rafforzare la presenza italiana negli investimenti alternativi e nelle infrastrutture del futuro.
Un’operazione che segna un salto di qualità anche rispetto ai competitor europei?
«Sì e no. Nel Sud Europa certamente sì, ma soffriamo ancora il nanismo italiano. Siamo oltre il doppio del secondo player nazionale, ma rispetto ai grandi gestori del Nord Europa siamo ancora più piccoli. Il settore crescerà e andrà incontro a una concentrazione simile a quella che stiamo vedendo nel sistema bancario: essere troppo piccoli non sarà più sostenibile».
Lei ha detto che “piccolo non è bello”. Serve davvero essere grandi player per attrarre grandi investimenti?
«In un mondo globalizzato le nicchie da sole non bastano più. Bisogna essere specializzati ma anche solidi, grandi e resilienti. Le crisi ormai arrivano continuamente: geopolitiche, energetiche, sanitarie. Viviamo in un contesto dove la stabilità è quasi una chimera. Noi italiani però abbiamo sviluppato una capacità di adattamento molto forte».
Dove vede oggi la vera leva di crescita?
«Nel risparmio e nei fondi pensione. In Italia le masse complessive valgono tra 1.300 e 1.500 miliardi di euro. C’è una crescente consapevolezza soprattutto tra i giovani sulla previdenza integrativa. Il punto è che questi capitali devono essere indirizzati verso l’economia reale».
Quindi il tema non è soltanto il rendimento finanziario.
«Assolutamente no. Gli azionisti delle grandi aziende americane sono spesso i fondi pensione. Noi dovremmo fare lo stesso: i risparmi dei pensionati italiani devono contribuire a sostenere le nostre imprese, creare occupazione e generare nuovo gettito fiscale».
Avete puntato molto sul Sud Europa. Perché questa area è strategica?
«Perché qui esiste una forte necessità di infrastrutture per il futuro: energia rinnovabile, gas, digitale, data center, reti. E poi abbiamo una caratteristica tipicamente italiana: le medie imprese. Noi le definiamo campioni italiani che devono diventare campioni europei».
Quali segmenti vede più strategici nei prossimi cinque anni?
«Sempre di più assisteremo a una convergenza tra energia e digitale. L’intelligenza artificiale consumerà enormi quantità di dati, banda ed energia. Pensiamo anche alle auto a guida autonoma: richiederanno elettricità e connessioni permanenti. Saremo sempre più elettrici e digitali».
Come si costruisce un capitalismo italiano più forte?
«La parola chiave è semplificazione. Noi non chiediamo aiuti pubblici, chiediamo meno ostacoli. Siamo un Paese troppo complicato, con troppa burocrazia. A volte non riusciamo a investire non per mancanza di risorse ma perché il sistema rende tutto eccessivamente complesso».
Esiste ancora un ostacolo culturale nei confronti della finanza e dei fondi?
«Sì, ancora molto. C’è una componente ideologica che vede i fondi come soggetti speculativi. Però qualcosa sta cambiando. Si sta capendo che pubblico e privato non sono avversari ma possono essere complementari. Questo cambiamento culturale sarà fondamentale per rendere il Paese più competitivo».
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