Ieri notte quattro soldati israeliani, tra cui un tenente colonnello dell’IDF, sono stati uccisi in combattimento nel sud del Libano dagli Hezbollah. Israele, secondo la dottrina Trump, dovrebbe ritirarsi dalla linea gialla di sicurezza in Libano affinché vengano rispettati i punti del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, nel quale Israele sarà coinvolto senza aver avuto la minima possibilità di interloquire. La credibilità del presidente Trump è ormai in picchiata in Israele. L’ultima sua gaffe riguarda la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, con un’uscita clamorosa degna di un personaggio che rende ogni giorno più chiara la propria personalità. Si tratta soltanto dell’ultimo “incidente” di un presidente che ormai si fatica a comprendere nei suoi atteggiamenti e che probabilmente sta creando problemi e insofferenza anche all’interno del proprio staff. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth e soprattutto il segretario di Stato Marco Rubio sembrano essere sempre più in contrasto con Donald Trump.

Dopo l’umiliazione subita dagli Stati Uniti da parte dell’Iran, il 71% degli israeliani non crederebbe più in Trump come nel leader che sta dalla parte di Israele. Un sentimento totalmente capovolto rispetto a pochi mesi fa. La sua disponibilità nei confronti del regime iraniano rappresenta una ferita aperta in Israele e sia l’attuale leadership politica sia l’opposizione sono ferme nel non cedere a quello che considerano un ricatto iraniano sostenuto dagli Stati Uniti d’America. Israele non vuole e non può ritirarsi dal Libano perché significherebbe tornare alla situazione precedente al 7 ottobre. Nonostante e alcune note trasmissioni continuino ad affermare che Israele voglia annettersi il Libano richiamandosi il Grande Israele, Tel Aviv sarebbe pronta a una pace completa con il Libano e al ritorno del proprio esercito entro i confini internazionalmente riconosciuti.

La destra populista israeliana, per bocca di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, inneggia alla prosecuzione del conflitto contro Hezbollah con dichiarazioni molto dure che fanno presa su una minoranza dell’opinione pubblica, una minoranza che però cresce a causa di una situazione percepita come esistenziale per lo Stato ebraico. «Tutto il mondo deve bruciare» oppure «apriremo le porte dell’inferno» sono frasi gravi, ma vanno contestualizzate ai personaggi e al momento storico. Anche l’opposizione è contraria al memorandum, ma attribuisce la responsabilità della situazione a Bibi per essersi fidato troppo del pericoloso abbraccio trumpiano. L’IDF continua intanto a colpire duramente le basi di Hezbollah con oltre cento bombardamenti dopo l’uccisione dei quattro soldati israeliani. A causa della prosecuzione degli attacchi in Libano, che Israele sostiene essere una risposta alle continue violazioni del cessate il fuoco, l’incontro tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, programmato per oggi, è stato rinviato.

Ancora più rilevante è la dichiarazione iraniana sulla nuova chiusura dello Stretto di Hormuz e sulla volontà di colpire Israele. L’accordo appena siglato rischia così di saltare. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz, rivolgendosi agli americani, ha dichiarato che Israele non lascerà alcuna zona di sicurezza né a Gaza né in Siria né in Libano perché deve continuare a proteggersi. Nel caos di queste ore è arrivata anche la notizia dell’entrata in vigore, venerdì alle ore 16 locali, di un nuovo cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah, mediato da Stati Uniti e Qatar. Israele ha confermato la tregua, ma ha ribadito che l’IDF rimarrà nella zona cuscinetto del Libano meridionale, pronta a intervenire in caso di nuovi attacchi. Come sostiene Giorgia Meloni, Trump dovrebbe preoccuparsi molto di più dei nemici dell’Occidente, dei nemici degli Stati Uniti e delle leadership verso le quali dimostra spesso accondiscendenza, anziché dei propri alleati. La realtà, la dura realtà, è che a questo accordo, considerate tutte le implicazioni e le difficoltà dei mesi passati, al momento non sembra esserci alternativa. Il dado è tratto.