Nonostante il cessate il fuoco concordato tra Israele e Libano, la spirale di sangue nel Paese dei cedri non si ferma. E anche Unifil continua a piangere i suoi caduti. Ieri mattina, la missione delle Nazioni Unite ha annunciato la morte di uno dei suoi caschi blu, un soldato serbo ferito da un colpo di mortaio nei pressi di Marjayoun.

Il sergente maggiore Milovan Jovanovic è stato soccorso nell’ospedale della base per poi essere trasportato d’urgenza a Beirut. Ma per il militare serbo non c’è stato nulla da fare. E l’ultimo grave incidente che ha coinvolto le forze Onu certifica che la situazione sul campo di battaglia è sempre più complessa. Lo ha confermato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che esprimendo il cordoglio italiano a Belgrado ha spiegato che il compito di Unifil è “reso ogni giorno più difficile da una escalation continua e dall’impossibilità di instaurare un dialogo serio che blocchi le ostilità in corso”. E tra gli elementi che rendono impossibile fermare lo scontro, c’è anche il “no” di Hezbollah a qualsiasi accordo tra Libano e Israele che non preveda il completo ritiro delle Israel defense forces.

Ieri, Naim Qassem, leader della milizia sciita, ha definito l’accordo siglato a Washington come “una dichiarazione d’intenti volta a sabotare il Libano, destabilizzarlo e fomentare la discordia tra i libanesi”. Per il segretario del Partito di Dio, “l’esito di questi assurdi, umilianti e vergognosi negoziati diretti per il Libano è respinto senza riserve da un’ampia parte della popolazione libanese”. E la mossa di Hezbollah rischia di rendere inutili gli sforzi di Donald Trump di fermare l’escalation nel Paese dei cedri per la quale ha anche alzato i toni nei confronti di Benjamin Netanyahu.

Il cessate il fuoco accettato dal governo israeliano e quello libanese non è formalmente fallito. Il presidente Joseph Aoun ha confermato che quanto siglato a Washington “rappresenta l’ultima opportunità per raggiungere un cessate il fuoco definitivo e globale”. Il capo dello Stato libanese ha detto che la tregua poteva entrare in vigore già oggi grazie alla mediazione degli Stati Uniti. E ha anche chiamato il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, ringraziandolo per gli sforzi di Doha nelle trattative.

Ma già ieri mattina, poche ore dopo che gli Usa avevano benedetto l’intesa tra Stato ebraico e Paese dei cedri, l’Idf ha colpito le postazioni di Hezbollah. La milizia sciita ha risposto colpendo con droni e razzi le forze armate israeliane. E il rifiuto di Qassem è stata la pietra tombale sulle ipotesi di un ritiro dei miliziani a nord del fiume Litani e del conseguente graduale ritiro israeliano verso sud. Sul punto, in realtà, il governo israeliano era stato chiaro sin da subito. Il ministro della Difesa, Israel Katz, aveva specificato che le operazioni di terra sarebbero comunque proseguite. E questo nonostante Netanyahu sembra abbia escluso un’offensiva su vasta scala dopo il pressing della Casa Bianca. Il rifiuto di Hezbollah potrebbe però di nuovo far cambiare idea a un tycoon che ha già mostrato segnali di grande frustrazione.

Tanto più che il “no” di Qassem, come ha rivelato anche Haaretz, è inevitabilmente anche il frutto di una decisione presa a Teheran. Il generale Esmail Qaani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran, aveva affermato già prima del discorso di Qassem che “sostenere la resistenza in Libano è un dovere di tutti”. L’Iran sa che può usare il gruppo sciita come strumento di pressione nei confronti dello Stato ebraico e degli Stati Uniti. Lo ha già fatto capire quando ha interrotto i negoziati a seguito dell’escalation israeliana e della minaccia di Netanyahu di colpire Beirut. E Trump, in questo momento, non sembra avere molte vie d’uscita.

Con Hormuz che è ancora un punto interrogativo e il programma nucleare iraniano che resta un’incognita da risolvere in un secondo momento, il presidente Usa ora deve gestire anche un fronte interno sempre più critico sul modo in cui è stato guidato il conflitto. Mercoledì, la Camera dei rappresentanti ha approvato una risoluzione, promossa dai Democratici ma votata anche da quattro Repubblicani, che invita Trump a ritirare i militari dal fronte iraniano a meno di chiedere al Congresso l’approvazione di una dichiarazione di guerra. La risoluzione ha un valore squisitamente simbolico: ma è il segnale di come la politica statunitense sia sempre più insofferente al modo in cui The Donald ha coinvolto l’America nel conflitto.