Come un fulmine a ciel sereno, Beppe Grillo è riapparso sulla scena politica dopo un lungo silenzio. Le ragioni della sua assenza appartengono alla sfera personale. Sul piano politico, invece, il ritorno del fondatore del Movimento 5 Stelle non è casuale. All’orizzonte si profila la battaglia giudiziaria destinata a stabilire a chi spetteranno il simbolo e il nome del Movimento: al fondatore oppure a colui che Grillo considera l’«usurpatore», Giuseppe Conte.

Grillo e Di Battista scendono in campo

Il bersaglio del suo messaggio è evidente. Come l’imperatore Augusto, dopo la disfatta di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo, gridava «Varo, rendimi le mie legioni!», così Grillo sembra reclamare il suo Movimento, convinto che l’identità originaria sia stata smarrita. Il suo intervento ripropone il vecchio alfabeto pentastellato, costruito insieme a Gianroberto Casaleggio. Con la morte di quest’ultimo, il laboratorio politico del Movimento si è progressivamente spento, come un orologio rimasto senza carica. Restano gli slogan delle origini: «uno vale uno», la decrescita felice, il reddito di cittadinanza, il Parlamento da aprire «come una scatoletta di tonno». Un armamentario antisistema che ha inevitabilmente perso forza nel momento in cui il M5S è entrato nelle istituzioni.

Fu proprio Grillo a dare il via libera all’operazione che portò Giuseppe Conte a Palazzo Chigi. Fu sempre lui a definire Draghi un grillino. Dopo le trattative tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, il professore di diritto divenne, quasi da perfetto Carneade della politica italiana, il leader del Movimento. Da quel momento il M5S cessò di essere soltanto una forza di protesta per trasformarsi in un partito di governo. Per questo attribuire oggi a Conte tutte le responsabilità della trasformazione del Movimento appare riduttivo. Se il M5S ha cambiato pelle, ciò è avvenuto con il consenso del suo fondatore. Anche Di Maio e Salvini contribuirono a quella stagione politica che lasciò in eredità provvedimenti ancora oggi controversi, dal taglio del numero dei parlamentari a una marcata politica assistenziale. L’impressione è che il ritorno di Grillo assomigli più a una rivincita tardiva che a un vero progetto politico. Dietro le accuse di tradimento emerge la nostalgia per un Movimento che si definiva «né di destra né di sinistra», una forza post-ideologica che pretendeva di superare le tradizionali appartenenze. Quella stagione, però, si è conclusa nel momento stesso in cui il grillismo ha scelto di governare.

Ma Grillo sembra voler fare un passo ulteriore. Più che contestare Conte, lascia intuire di voler indicare un nuovo interprete dello spirito originario del Movimento. Il nome non viene pronunciato, ma l’identikit conduce ad Alessandro Di Battista. L’ex deputato arriva però da una battuta d’arresto significativa: la sua associazione Schierarsi non è riuscita a raccogliere le firme necessarie per indire il referendum contro il finanziamento pubblico ai giornali. Un insuccesso che ne ridimensiona, almeno per ora, il peso politico. Resta da capire se Di Battista disponga davvero della forza necessaria per candidarsi alla guida del governo, magari in contrapposizione a Conte.

Il grillismo non ha più il monopolio della protesta

In questo scenario, tuttavia, non conta soltanto la volontà di Grillo. Nel Movimento pesa anche l’influenza di Marco Travaglio, da anni punto di riferimento politico e culturale dell’universo pentastellato. La resa dei conti tra Grillo e Conte, in realtà, è solo il primo atto. Il vero confronto deve ancora cominciare e si giocherà fuori dal Movimento. Il grillismo non ha più il monopolio della protesta: Roberto Vannacci è pronto a contendergli quello spazio con il suo FN, espressione di un populismo nazional-sovranista. Per questo Grillo rivuole le sue «legioni». Ma il rischio è che, mentre guarda al passato, l’esercito degli scontenti abbia già trovato un altro Generale.