Per avere una legge elettorale bisognerà aspettare il prossimo ottobre: la discussione sul testo è prevista, infatti, mercoledì 9 settembre, dopo la ripresa dalla pausa estiva dei parlamentari. Tanti ancora i nodi da sciogliere: in vetta alla classifica continuano a esserci le preferenze, anche se Fratelli d’Italia confida che verranno introdotte. Ma la vera partita si giocherà durante la terza lettura alla Camera, nel mese di ottobre. In quella sede, probabilmente, ci potranno essere delle tensioni se verrà richiesto il voto segreto.

Le audizioni in Senato e l’ultimatum di Meloni

Un dato tra tutti, però, emerge dalle audizioni che si sono svolte nei giorni scorsi al Senato: diversi professionisti del diritto avrebbero visto di buon occhio l’introduzione di un doppio turno e, ovviamente, delle preferenze. Su queste ultime la strada sembra essere senza insidie, ma comunque ripida. È di qualche giorno fa l’indiscrezione, riportata proprio da Il Riformista, secondo cui Giorgia Meloni sarebbe pronta a un faccia a faccia con i suoi compagni di coalizione. Non solo. La premier sarebbe anche disposta a un aut aut: o si votano le preferenze, in questo caso alla Camera durante la terza lettura, senza il pugno di ferro della «questione di fiducia» da parte dell’esecutivo, oppure si va al voto anticipato. In questo caso, gli inquilini di Montecitorio e Palazzo Madama sarebbero costretti a lasciare gli scranni perdendo i benefici da parlamentari.

Il doppio turno

Quanto al doppio turno, il sentiero è più insidioso. Stando a quanto si apprende dalle stanze di Camera e Senato, l’ipotesi dell’introduzione di un ballottaggio starebbe sfumando. Quando la riforma era in discussione a Montecitorio, il testo prevedeva il doppio turno nel caso in cui le due maggiori liste avessero ottenuto almeno il 35%. In quel caso, i cittadini sarebbero tornati alle urne la seconda domenica successiva al voto. Ma, come detto, questa ipotesi sarebbe molto remota. Nonostante ciò, tira molto ed è stata apprezzata anche da diversi esponenti. Primo fra tutti, Luigi Marattin del Partito Liberaldemocratico: «Le leggi elettorali che possono funzionare in Italia sono solo due: una riforma proporzionale con sbarramento al 5% o un maggioritario a doppio turno (con ballottaggio tra i primi due)». «Questi due modelli – spiega Marattin – hanno in comune il particolare che le diverse forze politiche possono presentarsi da sole con la loro identità, e non imprigionate in alleanze innaturali». Quanto alle preferenze, il segretario del Pld ritiene che «se preferenze devono essere, siano su tutti i parlamentari non solo su alcuni».

Le preferenze

In casa Fratelli d’Italia, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami confida nell’introduzione delle preferenze e anche la sua vice sposa questa linea. «Le preferenze costituiscono un meccanismo per far scegliere all’elettore i propri eletti. Ci auguriamo che al Senato possa trovare spazio questa proposta», ribadisce Augusta Montaruli. A far fare un bagno di realtà ai colleghi è stato Federico Fornaro, deputato del Partito democratico: «Si tratta di una parziale reintroduzione delle preferenze, perché si può stimare, nella migliore delle ipotesi, che venga eletto solo un 25/30% con le preferenze, i restanti sarebbero tutti capilista bloccati. In questo senso, le liste che ottenessero fino al 10, 12% eleggerebbero solo capilista bloccati». Per Fornaro, dunque, questa è una riforma che conviene molto a Fratelli d’Italia con un sistema di preferenze «monco». Man mano che si va a fondo di questa legge, la definizione «Gattopardum» calza a pennello.