Vincere
Centrodestra e campo largo, chi vince senza sapere perché, governa senza sapere come
Vincere. Parolina magica della politica italiana, che sui destini nazionali esercita da sempre un effetto ipnotico. L’apice retorico resta quello del 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia: «Vincere! E vinceremo!». Sappiamo come andò. Eppure la parolina continua a funzionare, a quasi 90 anni di distanza, a voltaggio ridotto, per entrambi gli attuali poli della politica repubblicana. I leader ripetono: “Vincere! E vinceremo!” come se fosse un programma di governo, e le tifoserie si scaldano, pronte alla mobilitazione. Perché la sindrome non affligge solo i vertici: contagia i militanti, i popoli delle piazze, gli eserciti elettorali che si galvanizzano alla sola evocazione della vittoria e smettono, in quell’istante, di chiedersi cosa verrà dopo. Vincere è diventato un fine, non un mezzo.
Ma i fini senza mezzi durano poco: la storia della cosiddetta Seconda Repubblica lo certifica con imparzialità. A sinistra, nel 1996 l’Ulivo vinse, e due anni dopo Bertinotti staccò la spina con la coscienza a posto; nel 2006 l’Unione vinse per ventiquattromila voti, e bastò un senatore, Turigliatto, per trasformare la legislatura in agonia. A destra il copione è identico: nel 1994 la vittoria travolgente durò otto mesi, il tempo che Bossi maturasse il ribaltone; nel 2008 il trionfo più largo della storia del centrodestra si consumò nel «che fai, mi cacci?» di Fini e nell’implosione del 2011. Quattro vittorie nette, quattro legislature dilaniate da chi quella vittoria l’aveva resa possibile.
La lezione sarebbe elementare: le coalizioni costruite solo per vincere contengono già, alla nascita, le ragioni della sconfitta successiva. Eppure la lezione non viene appresa, perché la sola parola «vincere» produce nell’elettore militante una dopamina che nessun ragionamento sulla tenuta di una maggioranza può eguagliare.
Così i due poli continuano a coniugare il verbo sbagliato, e ogni stagione politica ha il suo piccolo balcone da cui promettere la vittoria a folle plaudenti. Poi la storia, puntualmente, presenta il conto: chi vince senza sapere perché, governa senza sapere come. Si festeggia la sera, si contano i cocci la mattina. E si ricomincia.
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