Politica
Meloni davanti a un bivio, cerca di trascinarsi al 2027. La legge elettorale va al Senato: i punti chiave
Finito il teatrino e affossate le preferenze, la legge elettorale è stata approvata alla Camera, ora la palla passa al Senato, che con un colpo di scena potrebbe reintrodurle. Con 217 voti il testo saluta Montecitorio lasciando dietro di sé una crepa nel centrodestra che Meloni non può ignorare e che, per questo motivo, pensa al voto anticipato. Il Presidente del Consiglio si trova a un bivio: prendere atto che i suoi «colleghi» siano dei «badogliani traditori», come li definisce Vannacci, e andare a elezioni in autunno o ad aprile 2027 o tenere duro fino alla scadenza naturale del suo esecutivo e fregiarsi di diversi primati in quanto primo governo arrivato a fine mandato nella storia della Repubblica, e primo esecutivo ad essere stato guidato da una donna. E questa è un’opzione che a Meloni non è invisa, soprattutto perché guadagnerebbe ancora più credibilità dalla grande finanza internazionale, che dopo diversi anni è tornata a investire nello Stivale.
I punti chiave
Al di là delle suggestioni politiche che questa «non crisi» sta partorendo, se si votasse domani, il popolo italiano andrebbe al voto con quello che viene definito «Stabilicum», anche se su queste colonne era stato meglio definito «Gattopardum», perché ci si appresta a votare con una legge che non cambierebbe una fava rispetto a prima e, anzi, toglierebbe sempre più il diritto ai cittadini di esprimere la loro opinione. Ma tornando al nocciolo della legge, se si votasse con questo sistema: verrebbero eliminati i collegi uninominali insieme alle preferenze e le liste verrebbero nominate dal partito prima delle elezioni. Non solo, le liste che indicherebbere anche il candidato che ricoprirebbe il ruolo di Presidente del Consiglio; soglia di sbarramento al 3 per cento per le liste che corressero da sole e al 10 per le coalizioni, come sancito dall’attuale legge.
La soglia del 42%
I vari partiti hanno poi fissato la soglia del 42 per cento per attivare il premio di maggioranza, assegnando 70 seggi alla Camera e 35 al Senato alla coalizione o lista vincente, ma con dei limiti: la coalizione vincente non può superare il tetto massimo di 220 deputati su 400 e 113 senatori elettivi su 200. Insomma, che bel cambiamento. Le reazioni della politica non si sono fatte attendere. Prima tra tutte la segretaria dem Elly Schlein, che fino a ieri l’altro incitava i colleghi a festeggiare la bocciatura della riforma elettorale intonando cori da stadio e battendo il cinque ai suoi commilitoni: «Meloni, è lei che ha tradito la fiducia degli italiani», spostando il focus su altre materie.
I commenti
Luigi Marattin, del Partito Liberal Democratico, che ha votato convintamente no alla legge elettorale, dichiara: «In questo paese cambiamo leggi elettorali ogni 5, 7 anni e legittimano il muro contro muro. Dobbiamo ripensare il modello di organizzazione della politica». Pina Picierno, di Spazio Pubblico, attacca il campo largo: «Avrebbe dovuto votare sì sulle preferenze. Meloni deve trarre le conseguenze, la maggioranza non esiste più e ha dei gruppi parlamentari che preferiscono tutelare i loro interessi». Per Giorgia Meloni, però, ieri ha «vinto l’Italia». Il suo vicepremier leghista, Matteo Salvini, ha rilanciato le preferenze con uno «spero che al Senato si recuperino». L’altro vice, Antonio Tajani, per Forza Italia, assicura che «nella maggioranza non ci sono problemi». Augusta Montaruli, di FdI, rimarca l’importanza delle preferenze: «Chi vince nelle urne, scelto dagli italiani, deve avere il diritto di governare». Si archivia (o almeno si spera), intanto, un’altra pagina impietosa della politica italiana.
© Riproduzione riservata





