Di fronte agli scontri, che sono esplosi durante alcuni match dei Mondiali (bandiere di altri Paesi nelle periferie francesi, violenze nelle banlieue, tensioni identitarie anche nelle seconde e terze generazioni in Inghilterra, Olanda e altri Paesi), emerge il sintomo di un’integrazione mancata e di culture che, in segmenti delle migrazioni da Paesi islamici, restano separate e a tratti ostili verso la società ospitante. La Francia con la sua partita contro il Marocco offre l’esempio più visibile, ma il fenomeno riguarda tutta Europa: decenni di accoglienza, welfare e ricongiungimenti familiari senza pretesa di vera assimilazione culturale hanno prodotto società parallele.

Una cosa è la multi-etnia, cioè la coesistenza di origini diverse dentro valori condivisi; un’altra è il multiculturalismo che asseconda culture parallele in contrasto con i princìpi liberali: libertà individuale, uguaglianza di genere, laicità, diritti LGBT e libertà di parola. Quando si accoglie senza trasmettere con fermezza questi valori si coltiva (incoscientemente o ipocritamente) un virus. Le seconde e terze generazioni spesso non sviluppano senso di appartenenza e in segmenti significativi mantengono identità separate, a volte ostili.

I dati post-7 ottobre 2023 lo confermano: in Francia gli atti antisemiti sono quasi quadruplicati nel 2023 rispetto al 2022, con picchi superiori al +1000% nei mesi successivi all’attacco di Hamas, quando il “genocidio” (mai esistito) non era ancora iniziato ma il suo hashtag ben orchestrato si diffondeva già. Sondaggi Pew, Fondapol e AJC mostrano tassi di antisemitismo tra musulmani europei molto più alti della media. Come ha analizzato più volte Bernard-Henri Lévy, questo nuovo antisemitismo affonda le radici nelle banlieue e nelle correnti islamiste dove la Repubblica ha abdicato al ruolo educativo, lasciando spazio a rancore e rifiuto dei valori illuministi.

Islamismo politico e liberalismo non sono compatibili su nodi cruciali: ruolo della donna, uguaglianza di genere, apostasia, omosessualità, separazione tra religione e Stato. I Paesi europei hanno spesso mancato di fermezza, preferendo un relativismo culturale che ha permesso la formazione di quartieri dove l’ordine liberale è sostituito da quello tribale. Il risultato è un boomerang di costi elevati, tensioni ed erosione della coesione sociale. A questo si aggiunge lo sfruttamento elettorale di parti della sinistra, che corteggia voti di immigrati con accoglienza indiscriminata e oppone resistenza a politiche di integrazione e rimpatri efficaci. Il vero beneficio va alle formazioni di estrema destra che in tutta Europa incassano i voti del buonsenso, ma che poi rischiano di minare la coesione dell’Unione europea.

Riconoscere questi fatti non significa demonizzare gli individui, ma rifiutare l’illusione che tutto si integri da sé. Proprio qui emerge il contrasto con il modello americano del passato. Gli Stati Uniti hanno assimilato ondate di immigrati esigendo l’adesione a un sogno comune di autoaffermazione individuale, individualismo sano fondato sull’opportunità e sulla responsabilità, e condivisione dei valori fondanti: libertà, uguaglianza sotto la legge, ricerca della felicità, lealtà alla Costituzione. “E pluribus unum” (motto degli Usa dalla nascita) significava fondere origini diverse in un’unica comunità di valori attraverso lingua, educazione civica e aspirazione al successo personale. Bernard-Henri Lévy ha notato come questo modello di costruzione della cittadinanza funzioni in modo più efficace perché promuove un’adesione attiva a un progetto comune, a differenza di approcci europei che hanno spesso tollerato separazioni culturali senza esigere quel salto di fedeltà valoriale.

Gli scontri calcistici sono solo il sintomo visibile. Il virus più profondo è la mancata trasmissione di un’identità culturale e civica comune. Per le generazioni future il conto arriva: o si cambia rotta con fermezza (immigrazione selettiva, assimilazione esigente, rifiuto del relativismo culturale, come sta cominciando a fare la Svezia) o si accetta una società sempre più frammentata. Come fecero gli Stati Uniti, tutta Europa e l’Occidente devono comunicare culturalmente la condivisione di un sogno: quello della libertà dell’individuo come bene prezioso per la felicità di una comunità. Solo riscoprendo e trasmettendo con forza questo ideale universale si potrà trasformare la multi-etnia in una forza coesa invece che in un mosaico di mondi separati e in conflitto, che è l’incipit del crollo delle società illuministiche.

Paesi come la Danimarca, l’Australia (sistema a punti) e ora la Svezia stanno dimostrando che si può invertire la rotta senza tradire l’umanesimo: si può essere generosi con chi vuole davvero far parte della nostra civiltà e fermi con chi vuole importarne un’altra incompatibile.