Riprendendo il celebre discorso durante il suo viaggio alle Canarie, Papa Leone XIV, uscendo da Castel Gandolfo, ha espresso la sua posizione in tema remigrazione ai giornalisti presenti. Il Pontefice ha affermato che: “La remigrazione non mi sembra una risposta cristiana, bisogna trattare con rispetto le persone”. Assieme a questo aspetto, ha sottolineato che bisognerebbe comprendere, prima di parlare di remigrazione, le cause che hanno spinto le persone ad emigrare dai propri Paesi di origine: “violenza, guerra, conflitti e tante ragioni”.

Il Papa quindi, proseguendo sul solco tracciato dal predecessore Francesco, smonta uno dei minimi comuni denominatori di una parte delle destre europee, dall’Afd in Germania fino a Futuro Nazionale del generale Vannacci in Italia. Non cita esplicitamente il termine “remigrazione”, ma, con queste parole, il Vaticano decide di assumere una netta posizione a riguardo, decidendo di non rimanere in silenzio. Il termine remigrazione a tal proposito (da remigration, ossia tornare indietro), seppure nel lessico sociologico configuri il ritorno dei migranti in patria, nel dibattito politico di una parte delle destre europee, si connota sempre più attraverso pratiche di deportazione che, facendo leva sulle lentezze burocratiche ed amministrative, promuovono misure limitanti i diritti civili. Il teorico e fautore principale del concetto di “remigrazione” però, è Guillaume Faye, il quale, nel suo volume “La colonisation de L’Europe” (2000) ipotizzava un programma di rimpatrio politico di massa, unica soluzione possibile secondo Faye alla cosiddetta “grande sostituzione”.

Per una ricostruzione quanto meno chiara sulle posizioni del papato romano sul tema migratorio, bisogna risalire almeno a Pio XII che, nel 1952, con la sua “exsul familia”, affermò che la dignità di ciascuna persona supera la rigidità dei confini statali. A questo, si aggiunse Papa Giovanni XXIII che nel 1963, con la sua ultima enciclica “pacem in terris” non solo affermò il diritto di emigrare ma anche di immigrare.
Leone e Francesco così, in continuità con un altro celebre pontificato, quello di Papa Benedetto XVI che, seppure strumentalizzato da una parte delle destre europee, non teorizzò il “diritto a non emigrare”, almeno, il suo pensiero non è circoscrivibile solo in queste parole: quest’ultimo infatti, affermò che ciascuna persona possa e debba rimanere nella propria terra di origine, ma i governi, si devono impegnare ad eliminare le cause dell’esodo.

Rimandare in patria un migrante, che per motivi umanitari o di guerra è costretto a fuggire, non rientra nel fare cristiano

Tirando le somme, ad un anno di papato di Leone XIV e, a seguito delle sue dichiarazioni sia nazionali che internazionali, possiamo affermare con certezza che anche gli esponenti cattolici più recalcitranti, simpatizzanti della linea del predecessore Francesco, stiano abbracciando il fare del Papa intellettuale e agostiniano. Ed è proprio il neonato partito Futuro Nazionale che, nel suo manifesto fondativo, richiama ai valori e alla storia della cultura romana e cristiana. Eppure, il mondo istituzionale cattolico, tra cui gli stessi vertici della CEI e della stampa cattolica, lo definiscono come: “Il nuovo che sa di vecchio”. È certo che le parole di Papa Leone risuonino forti e chiare: rimandare nella patria di origine, un migrante che, per motivi umanitari e di guerra, è costretto a fuggire, non rientra pienamente nel fare cristiano. Lo stesso Vannacci, definitosi cattolico non praticante, ha sempre concepito la religione come un assetto valoriale e storico, più che una pratica quotidiana. E mentre il Generale, come Ponzio Pilato se ne “laverebbe le mani” il suo elettorato cosa ne pensa? Lo ritroveremo in futuro su un palco a sventolare un crocifisso come il suo ex Segretario di partito Matteo Salvini?

Sara Giraldi

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