Esistono i saggi difficili e i racconti giornalistici scorrevoli. Ci sono le alte riflessioni e i retroscena. C’è la grande Storia e ci sono i fatti minuti. Quando tutto questo fluisce insieme con uno stile sorvegliato sorretto da un pathos intellettuale notevole, allora si ha un’opera completa, importante. Non capita spesso. È però il caso di “Noi siamo i tempi”, (Mondadori Strade blu), il lavoro di uno dei migliori giornalisti italiani, Marco Damilano, che riesce a fare della cronaca il lievito di una profonda riflessione morale. È il tempo di Francesco e di Leone, ma il libro non è una cronaca vaticana, e nemmeno una biografia parallela dei Pontefici. È piuttosto il tentativo di comprendere come la Chiesa stia cercando una propria lingua per continuare a parlare al mondo. Damilano vede i due Pontefici sostanzialmente in continuità. E la cosa va detta subito perché l’umanità sta scrutando l’attuale Papa con una certa sorpresa: impegnato sul fronte terreno, politico, laddove forse l’attesa era di un vicario di Cristo meno “affacciato” sul mondo, a differenza di Bergoglio. Invece a questo ruolo di assoluto protagonista della Storia, Robert Francis Prevost è stato in qualche modo trascinato dallo stato di guerra dilagante e dalla obiettiva alterità rispetto a Donald Trump. Ma non è solo questo.

Quando alle 19:23 dell’8 maggio 2025 il nuovo Pontefice si affaccia su piazza San Pietro con quella frase semplice che resterà nei libri di storia – «La pace sia con tutti voi!» – Damilano sente il nuovo inizio: «Visto da giù, il fumo bianco somiglia a quello di una nave che riparte verso una lunga navigazione dopo una lunga sosta forzata». Già sentendo il nome scelto, Leone, ha richiamato immediatamente un punto alto del rapporto tra Chiesa e mondo, la “Rerum novarum” di Leone XIII. Leggendo la meticolosa ricostruzione dell’operato di Prevost, soprattutto nei suoi lunghi anni peruviani, si direbbe che il Papa agostiniano fosse votato a un ruolo attivo nel mondo, tra il popolo, i popoli, anzi. Leone XIV ha certo un altro “tono” rispetto al predecessore. Se Bergoglio alzava la voce, Prevost sussurra, e non è certo solo una differenza di stile: quel sussurro sa essere terribile arma politica, come si è visto nelle repliche indirette di Leone a un Trump impazzito davanti alla mitezza pur acuminata di questo Papa. Ma osserva Damilano: «Trump e Leone sono su due piani diversi. Uno è un potere mondano che vorrebbe farsi soprannaturale, come tanti altri poteri della storia si sono illusi di fare, per ritrovarsi polvere. L’altro rappresenta un potere universale e spirituale, è l’erede di due millenni di storia che fanno sparire il piccolo tycoon, è forte della promessa fatta dal Maestro a Pietro: le porte degli inferi non prevarranno. I poteri del mondo non avranno l’ultima parola».

Il mistero di una Chiesa in crisi capace di fornire per due volte una sua chiave per “uscire nel mondo” sembra veramente miracoloso: è il tratto che salda Francesco e Leone. Ecco cosa cerca Damilano: i nessi pur nelle differenze; l’unità nelle diversità; il medesimo filo spirituale del messaggio cristiano. Insegue questo, l’autore, come sa fare lui, cioè da vero cronista che va a vedere di persona, che parla con tutti – popolani e potenti – annotando tutto sui suoi taccuini. Ne esce una miriade di notizie. Il cronista Damilano si fa detective alla ricerca di ogni cosa che illumini la vicenda di Bergoglio (a partire dalle vicissitudini nell’Argentina dei militari: ed è una ricostruzione su un terreno difficile), del Papa venuto dalla fine del mondo a cospetto della famosa terza guerra mondiale a pezzi, dopo il gran disordine che indusse Benedetto XVI allo “scandalo” delle dimissioni.

È dunque anche un libro di storia della Chiesa degli ultimi lustri, questo “Noi siamo i tempi”, il racconto di due Conclavi, la spiegazione dei tormenti degli ultimi Pontefici, la non minimizzazione degli scandali e dei peccati commessi all’ombra di San Pietro. È un gran viaggio nel quale ci si interroga sulla Chiesa di oggi. Leone XIV accetta la sfida del tempo. Pace, disarmo. Attenzione all’inaudito avanzamento tecnologico raggiunto con l’IA, e alla possibile «spirale distruttiva dell’umanesimo giuridico e filosofico su cui poggia ed è custodita qualsiasi civiltà»: la Chiesa torna nel mondo come uno degli ultimi laboratori morali in questo tempo difficile.