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La missione di Papa Leone XIV: salvare le vittime degli algoritmi
Quando a maggio dell’anno scorso è stato eletto un Papa americano, commentatori e semplici curiosi hanno iniziato a chiedersi: che rapporto avrà con l’Occidente? La domanda, in realtà, era mal posta. Anzitutto perché non è solo la Chiesa, ma l’umanità, ad essere sempre meno occidentale: meno di un bambino su dieci ormai nasce tra l’Europa e le Americhe. Ma soprattutto perché è l’Occidente stesso ad essere, se vogliamo, sempre meno occidentale, preso com’è da rigurgiti autoritari, disinformazione, fanatismo, concentrazione del potere economico, dipendenze, solitudine e crisi d’identità perenne.
Negli ultimi giorni, a Madrid, Leone ha celebrato l’Eucarestia di fronte a più di un milione di persone in profondo silenzio, per poi tenere un discorso davanti al Parlamento nel quale difendeva “le libertà moderne” esaltando la Spagna dei re cattolici come la loro culla. All’inizio del suo Pontificato, nell’arco di poche ore aveva elogiato il misticismo delle Chiese orientali e poi invocato la liberazione dei giornalisti incarcerati sotto le dittature. Ma il recupero dei valori occidentali appare soprattutto nella Magnifica Humanitas.
Scorriamo l’elenco delle vittime che gli algoritmi possono causare se vengono imposti dall’alto e per l’interesse di pochi: sono tutte bandiere della civiltà occidentale. La prima è la verità, che deve essere “un bene comune e non una proprietà di chi ha potere e visibilità”. Seguono l’infanzia e l’adolescenza. Terza viene la crescita attraverso il lavoro, che “per effetto di processi tecnologici e organizzativi che sfuggono al controllo democratico” rischia di essere riservata a una minuscola élite. Quarta cadrebbe la libertà, sia per mano di “servizi progettati per catturare il tempo e lo sguardo degli utenti, sfruttandone le fragilità e indebolendo la libertà interiore”, sia per via del “controllo sociale” tramite raccolte dati che vengono usate per “prendere decisioni che incidono su opportunità concrete”. Quest’ultima è solo una delle numerose allusioni alla Cina che Leone fa nel suo testo. Perché il nemico, privato o pubblico che sia, è la torre di Babele: l’algoritmo unico, calato dall’alto, “centralizzato e automatizzato”, non importa se da un miliardario o da un partito comunista. Il Papa, infatti, condanna “ogni forma di gestione paternalistica e assistenziale della vita sociale” in favore di una corresponsabilità nelle decisioni sugli algoritmi, che devono essere trasparenti, comprensibili, contestabili, sottoponibili a controlli e ricorsi. Difficile immaginare qualcosa di più liberale.
Va forse intesa così anche la sua citazione di Gandalf, il vecchio saggio del Signore degli Anelli, secondo il quale “non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo: il nostro compito è fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo”. Un’evidente smentita delle tentazioni assolutiste e totalitarie, diffuse soprattutto in Asia, e insieme delle velleità rivoluzionarie che tanto solleticano i campus europei e americani. Una difesa, insomma, del modello di governance più liberale possibile, alla quale si accompagna (sia nel primo capitolo dell’enciclica che nel discorso di Madrid) una strenua difesa della separazione tra “comunità politica e comunità religiosa”. Forse la più preziosa eredità dell’Occidente, la cui inosservanza sta provocando una scia di lutti soprattutto nei Paesi musulmani.
È presto per dire se il piano di Leone avrà successo. Almeno sulla carta, il tempo non gli manca. La paura di un’IA fuori controllo è un potente incentivo ad ascoltare finalmente senza preconcetti quello che la Chiesa ha da dire, in Occidente e non solo. Ma la partita è appena iniziata. E se un risultato c’è già stato, è stato proprio quello di archiviare quell’assurda alternativa binaria tra “Chiesa pro-occidentale” e “Chiesa anti-occidentale” che tanti editoriali occupava ai tempi di Francesco.
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