Mondo
Leone XIV contro il potere degli algoritmi: nessuna struttura può sostituire l’uomo
Magnifica Humanitas sottrae l’IA tanto all’entusiasmo ingenuo quanto alla paura apocalittica. Babele, richiamata dall’Enciclica, è la costruzione efficiente, uniforme, autosufficiente: una sola lingua, una sola tecnica, una sola direzione. Ma questa unità apparente diventa dispersione, perché cancella il limite, la differenza, il volto dell’altro. Il rischio è un mondo in cui la struttura funzioni perfettamente mentre l’uomo diventa meno riconoscibile. Qui torna una vecchia questione filosofica. La modernità ha riconosciuto l’autonomia delle strutture: linguaggio, economia, tecnica hanno leggi proprie. Nel Novecento questa intuizione arriva allo strutturalismo, fino al “kantismo senza soggetto trascendentale” che Paul Ricoeur attribuì criticamente a Lévi-Strauss. Sartre reagì rivendicando praxis, storia, progetto. Il punto resta essenziale: nessuna struttura può sostituire l’uomo come soggetto morale.
Davanti all’IA, una lezione torna decisiva: nessun potere deve diventare totale. Non lo Stato, non il mercato, non la piattaforma, non l’algoritmo. Oggi il potere opaco può essere una rete di sistemi che profilano, prevedono e condizionano. Perciò l’Enciclica può parlare anche a un pensiero laico, liberale, riformista: la persona non è funzione, dato, prestazione. È individuo concreto, relazione, corpo fragile, memoria, parola, responsabilità. Qui l’Enciclica tocca il suo punto più profondo. Una cultura laica può difendere dignità, libertà, limite, pluralismo. Ma forse solo la fede cristiana osa dire fino in fondo che il Logos non resta idea, informazione o calcolo: il Logos si è fatto carne. Davanti all’IA, il cristianesimo difende l’impossibilità di separare il senso dalla carne, la parola dalla vulnerabilità, l’intelligenza dalla compassione. Il problema del transumanesimo non nasce dal desiderio di curare malattie e alleviare il dolore. Nasce quando la progettazione dell’umano potenziato diventa privilegio di pochi e molte vite rischiano di apparire versioni arretrate dell’umano: poveri, malati, vecchi, fragili, non potenziati.
Serve un’etica comune del limite: combattere il male senza trasformare l’uomo in oggetto di fabbricazione; curare senza selezionare; innovare senza scartare. Socrate, il realismo cristiano dell’individuo voluto da Dio nella sua irripetibilità e la tradizione liberale della limitazione del potere possono incontrarsi. La domanda politica è: chi decide che cosa sia l’umano? Stati, mercati tecnologici, piattaforme, élite scientifiche? O una comunità democratica capace di rimettere al centro la persona concreta? Nessun progresso merita questo nome se lascia indietro l’uomo.
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