Le storie politiche di Salvini e Meloni hanno in comune le campagne di porti chiusi, rimpatri di massa e blocchi navali, oltre alla capitalizzazione elettorale che, in momenti alterni, ne è conseguita. Quella tipologia di ondata retorico-migratoria è oggi incarnata dal volto di Vannacci, che punta a raccogliere altrettanto successo. Il problema del populismo migratorio sta proprio qui: fallisce, per evidenti limiti dettati da vincoli di realtà, per poi radicalizzarsi, e questo è avvenuto negli ultimi dieci-quindici anni in maniera ciclica. Affermare ciò non significa sottovalutare la questione dell’immigrazione in Italia, che comporta ovviamente delle problematiche rilevanti. Per certi versi, verrebbe anzi da dire che l’ascesa di Vannacci è l’ennesima sveglia per il centrosinistra al fine di affrontare finalmente, politicamente parlando, la partita migratoria.

Allo stesso tempo, l’essersi resi conto della legittimità del problema a destra si scontra con l’inefficacia di politiche, non adeguate o non realizzabili, proposte negli anni. “Datemi due settimane al Ministero dell’Interno e ne espello cento al giorno, in aereo”. Diceva Salvini nel 2018, durante la campagna che l’avrebbe portato al Viminale. La realtà racconta che, in 460 giorni di Conte 1, la media è stata di circa 18,2 rimpatriati al giorno, sostanzialmente identica a quella del governo precedente. Ancora, la principale conseguenza misurabile degli sbandierati Decreti sicurezza fu opposta a quella promessa, con la cancellazione della protezione umanitaria che comportò un aumento dei dinieghi, con una stima di circa 80mila nuovi irregolari nel 2019. Più fondi per i rimpatri, più irregolari da rimpatriare, il paradosso perfetto di una politica che inseguiva l’effetto comunicativo senza costruire le condizioni strutturali per ottenerlo.

La ragione resta la stessa: senza accordi con i Paesi di origine non è possibile attuare politiche efficaci sui rimpatri. Questione che ha almeno provato ad affrontare Meloni, dopo anni di posizionamento propagandistico, con il Piano Mattei. Questo prometteva di lavorare sulle cause profonde dell’emigrazione africana attraverso partenariati con quattordici Paesi, un impianto concettualmente condivisibile, sulla carta, ma per il momento fallimentare nella messa in pratica. Dei 5,5 miliardi annunciati, ne sono stati allocati solo 600 milioni: più o meno lo 0,5% del Pil aggregato dei Paesi coinvolti, non certo un importo in grado di offrire impulsi decisivi alle economie coinvolte. Velo pietoso sull’accordo con l’Albania, 653 milioni di euro fino al 2028 per gestire fino a trentaseimila persone l’anno. A questo ritmo ci vorrebbero quasi dieci anni per trattare un numero pari agli irregolari attualmente stimati in Italia, senza considerare nuovi ingressi. Con Vannacci si è giunti alla ripetizione di quel ciclo, arrivando all’apice del nemmeno indicare le ricette, per le iniziative che si propongono – su tutti, il tema “remigrazione”. Ma questa non può essere una politica, rimanendo slogan che prospera nello spazio lasciato vuoto dall’inattuabilità di date scelte pubbliche.

Sull’immigrazione, Meloni è stata anche paradossalmente penalizzata dal suo rapporto con Trump, di cui ammirava il modello politico. Nel disordine globale che Trump ha contribuito a creare, Meloni non è una vittima delle circostanze, ma è corresponsabile di un posizionamento scelto liberamente, a partire dalla riproduzione della postura migratoria, essenza di quello che doveva essere il “ponte” euroamericano. La premier è rimasta vittima delle proprie scelte, di compagni di viaggio avversari della società aperta dei quali si è però circondata. Analizzare la realtà continua a dimostrarci che l’unica cornice possibile resta, su questo come su tanti altri nodi, quella europea. L’Ue ha compiuto passi significativi con il Patto sulla Migrazione e l’Asilo del 2024: il meccanismo di solidarietà obbligatoria, la procedura accelerata alle frontiere, il sistema di screening all’ingresso sono tutti strumenti utili. Ma il Patto non basta senza la volontà politica necessaria per attuarlo con decisione, lì dove a mancare è una vera politica europea di partenariato con i Paesi di origine. Questo richiede risorse ingenti, governance dedicata a livello unionale e capacità di pensare in orizzonti di quindici, venti, trent’anni, insieme alla necessità di riformare davvero il Regolamento di Dublino.

Infine, andrebbe affrontata con maggiore serietà la questione dei canali legali di migrazione economica. L’Europa invecchia rapidamente e il fabbisogno di forza lavoro in settori come l’agricoltura, la logistica e il lavoro di cura è destinato a crescere. Continuare a fingere che questo fabbisogno non esista è un’altra forma di menzogna politica istituzionalizzata: una politica migratoria intelligente deve includere canali regolari e rapidi per la migrazione economica, gioco a somma positiva per tutti i coinvolti. Sull’appartenenza, poi, la sfida non è scegliere tra apertura e identità, ma costruire le forme in cui entrambe possano coesistere senza annullarsi, esattamente ciò che il ciclo Salvini-Meloni-Vannacci non ha mai provato a fare, perché utilizzare l’identità è più redditizio che provare a gestirla davvero. Ma intanto la politica italiana sull’immigrazione resta intrappolata in un ciclo vizioso tra promesse che vengono fatte e mai mantenute. Uscire da questo ciclo richiede qualcosa che il populismo e il sovranismo non possono offrire, ossia il coraggio della complessità: ammettere che il problema è reale, ma che soluzioni semplici non ci sono.