Le ragioni di Israele
Su stupri e torture di Hamas c’è il silenzio delle femministe
Mutismo sul report che documentai crimini sessuali contro le donne ebree
George Orwell nel 1945 scrisse: “Uno dei segni dell’antisemitismo è la capacità di credere a storie che non potrebbero assolutamente essere vere” (Antisemitism in Britain). Lunedì 11 maggio 2026, ottantuno anni dopo, il New York Times pubblica un lungo articolo di Nicholas Kristof intitolato “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”. Il pezzo denuncia presunte violenze sessuali sistematiche contro detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Tra le accuse più clamorose: stupri, torture con oggetti e, colpo di teatro dell’assurdo, prigionieri palestinesi montati e stuprati da cani addestrati su ordine delle guardie israeliane. Una storia costruita su testimonianze di fonti legate ad Hamas (Euro-Med Human Rights Monitor) e su racconti mutevoli di detenuti con legami noti con l’organizzazione terroristica.
Avendone avuto abbastanza (alcuni di noi molto prima), il governo israeliano reagisce duramente, e Netanyahu con il ministro degli Esteri ordinano una causa per diffamazione, definendo l’articolo “una delle menzogne più orribili e distorte mai pubblicate contro lo Stato di Israele nella stampa moderna”. Roba da “Protocolli dei savi di Sion”. Coincidenza, il giorno dopo, martedì 12 maggio, esce il rapporto dopo due anni di lavoro “Silenced No More” della Civil Commission sui crimini di Hamas contro le donne e i bambini del 7 ottobre e durante le prigionie a Gaza. 300 pagine, 10.000 fotografie, 1.800 ore di video, 430 interviste con sopravvissuti, ostaggi liberati, testimoni e familiari. Geolocalizzazioni precise, stupri, stupri di gruppo, mutilazioni genitali, abusi post mortem, torture sessuali davanti ai familiari, esecuzioni legate allo stupro. Il rapporto è accolto da Hillary Clinton, dall’ex procuratore capo dell’Onu David Crane e da esperti internazionali di diritti umani.
Adesso facciamo un confronto: da una parte un rapporto scientifico, forense, blindato da migliaia di ore di materiale video e foto originali, testimonianze multiple incrociate; dall’altra un articolo di opinione basato su fonti dubbie, legate ad Hamas, con dettagli anatomicamente impossibili e già smentiti. Due pesi, due misure: il New York Times amplifica le “fake” per creare una contronarrativa proprio alla vigilia del dossier più completo mai realizzato sulle violenze di Hamas. Quello che sorprende (forse non più, ci si abitua a tutto) è il silenzio assordante delle femministe occidentali di fronte alle prove schiaccianti del rapporto “Silenced No More”. Non una di meno, le grandi associazioni italiane, le Case delle Donne, l’UDI, il femminismo transfemminista mainstream: zero comunicati, zero post, zero tweet. Stesso copione del 25 novembre 2023, quando le piazze erano piene di bandiere palestinesi e nemmeno una parola sulle donne israeliane stuprate e filmate mentre venivano uccise. Immaginate per un attimo il contrario: un solo video di una donna palestinese violentata e assassinata da soldati israeliani in visibilio. A quest’ora avremmo marce oceaniche, hashtag virali, appelli all’Onu, forse l’ultimo pogrom mediatico e non solo della storia. Il “credi alle donne” diventerebbe vangelo. Invece, quando le vittime sono ebree o israeliane, scatta l’eccezione ideologica: sono “colonialiste”, “bianche”, “oppressori”.
Nicole Lampert sul Telegraph di venerdì 15 maggio rifletteva sulla parata filmata dai terroristi del corpo mezzo nudo di Shani Louk, con i pantaloni del pigiama inzuppati di sangue. I gruppi di chat femministe non si riempirono di orrore, ma di dubbi, sino a parlare di “femminismo coloniale” e definire le accuse “islamofobe e razziste”. Eppure gli studi collocano Gaza e Cisgiordania in ultima posizione nel mondo per i diritti delle donne. La politica ha trionfato sul femminismo contemporaneo, le donne ebree non meritano pietà perché sono dalla parte sbagliata della narrazione. In Italia, dove si parla di patriarcato, femminicidio, quote rosa, mascolinità tossica e quant’altro, il quadro è identico. Giorgia Meloni, subito corsa a Modena dopo il recente attentato, e le sue ministre (che pur avevano condannato il 7 ottobre) sul nuovo rapporto hanno mantenuto un silenzio istituzionale, sospettiamo “elettorale”. Dall’altra parte, Elly Schlein e Silvia Salis, nuova stella dell’opposizione, non hanno ancora speso una parola. Nemmeno una. Come se le donne violentate da Hamas non esistessero.
È la dimostrazione che, per una parte del movimento, le donne non sono tutte uguali: alcune sono più uguali di altre, a seconda della nazionalità e della religione e della “razza”. Le ragazze del Nova Festival, le madri dei kibbutz, quelle prese in ostaggio e trascinate nei tunnel non erano “colonialiste in divisa”. Erano donne. Il rapporto “Silenced No More” si chiama così proprio perché le vittime devono urlare la verità. Il femminismo italiano, e gran parte di quello occidentale, ha scelto l’ignavia, il consenso elettorale, l’appeasement culturale. Dite “Una di meno” allora, quella ebrea.
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