Le Ragioni di Israele
Studenti palestinesi destinati ad atenei italiani, ma nessuno chiede loro cosa pensino di Hamas
Ci sono giovani che chiedono libertà e vengono ignorati. E ci sono giovani che arrivano in Italia accolti dalle telecamere, dalle istituzioni, dalle università, dalla benevolenza preventiva. I primi sono i giovani iraniani. Ragazze e ragazzi che contestano un regime teocratico, repressivo, misogino, nemico dichiarato dell’Occidente liberale. Giovani che non bruciano bandiere americane o israeliane: spesso le sventolano. Non perché siano agenti di qualcuno, ma perché hanno capito una cosa semplice che noi, sazi di libertà, sembriamo aver dimenticato: l’Occidente, con tutti i suoi difetti, resta il luogo storico della libertà individuale. Dall’altra parte ci sono i giovani palestinesi di Gaza. Nessuno nega il dramma umano da cui provengono. Nessuno dovrebbe negare il diritto allo studio. Nessuno dovrebbe gioire se uno studente resta intrappolato in una guerra. Ma proprio perché parliamo di università, integrazione, futuro e convivenza civile, bisognerebbe avere il coraggio di porre domande che oggi quasi nessuno osa formulare.
Il programma IUPALS
Il Ministero degli Esteri ha comunicato che, attraverso il programma IUPALS, studenti palestinesi provenienti da Gaza sono stati evacuati e destinati ad atenei italiani. A maggio 2026 la Farnesina ha annunciato l’arrivo di 72 studenti, portando a 229 il numero di studenti evacuati da Gaza dal settembre 2025; il programma coinvolge università italiane e il Ministero dell’Università. Il ministro Tajani è andato persino a Fiumicino ad accogliere un primo gruppo di 59 studenti palestinesi nell’ambito dei “corridoi universitari”. Bene l’aiuto umanitario, bene il diritto allo studio. Ma la domanda resta: con quali criteri? Qualcuno ha verificato non solo i requisiti accademici, ma anche la compatibilità culturale, civile e politica con i valori fondamentali della società che li accoglie? Qualcuno ha chiesto a questi ragazzi cosa pensino di Hamas, del 7 ottobre, del diritto di Israele a esistere, della libertà religiosa, della parità tra uomo e donna, della libertà di espressione, dell’antisemitismo?
I criteri pubblici che non risultano
Dalle informazioni pubbliche sui bandi e sulle procedure IUPALS risultano verifiche accademiche, amministrative e consolari; non risultano invece criteri pubblici e trasparenti sulla compatibilità politico-civile con i valori costituzionali italiani, sul rifiuto dell’antisemitismo e sull’eventuale rapporto culturale con Hamas. Non si tratta di attribuire a ogni giovane gazawo una colpa collettiva. Sarebbe ingiusto e stupido. Si tratta però di non fingere che il contesto da cui si proviene sia irrilevante. Gaza non è una generica periferia del Mediterraneo: è una realtà che per anni è stata governata da Hamas. È legittimo chiedersi se chi arriva nelle nostre università venga accolto soltanto come vittima o anche valutato come futuro membro di una comunità sociale ed accademica fondata su pluralismo, libertà critica e rifiuto dell’odio antiebraico.
Chi accogliamo?
E allora il punto non è “non accogliamo nessuno”. Il punto è: accogliamo chi? Con quale progetto? Con quale verifica? Con quale patto civile? A un giovane iraniano che manifesta per la libertà non dobbiamo chiedere molte prove. Le prove le ha già date. A un giovane proveniente da Gaza, invece, non si dovrebbe chiedere meno, ma di più: non perché palestinese, ma perché arriva da un contesto ideologico devastato dalla guerra, dal fanatismo, dalla propaganda e dall’odio verso Israele. Se porta con sé la stessa ostilità, gli stessi simboli, gli stessi miti, la stessa incapacità di riconoscere l’altro, allora non stiamo costruendo integrazione: stiamo solo trasferendo il conflitto dentro casa nostra. Prima ancora di accogliere gli altri, dovremmo tornare a capire chi siamo. Perché un Paese che dimentica i giovani iraniani e celebra senza domande quelli gazawi non sta facendo politica estera. Sta confessando la propria confusione morale.
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