Le Ragioni di Israele
“Stress e sofferenza psicologica nell’Idf, ma Israele punisce chi oltraggia i cristiani”
Parla Gerbi, psicoanalista che ha lavorato sulla tenuta mentale dei militari. «Trauma collettivo dal 7 ottobre, ma lo Stato ebraico isola le mele marce»
Il trauma della Shoah è riemerso con l’orrore del 7 ottobre. Il popolo ebraico – da sempre sotto attacco – è dotato di una grandiosa resilienza, ma alcuni soldati dell’Israel defense forces sono segnati da una lesione psichica che talvolta sfocia in frustrazione, arrivando a profanare i simboli cristiani. Poche mele marce che vengono subito isolate e condannate da Israele. Ne parliamo con David Gerbi, psicologo e psicoanalista junghiano che per anni ha lavorato sulla tenuta mentale dei militari dell’Idf.
Prima il Crocifisso distrutto, poi la statua della Madonna oltraggiata con una sigaretta. Cosa succede nell’Idf?
«Nell’Idf ci sono ragazzi molto giovani, che in alcuni casi possono comportarsi in modo superficiale e offensivo. Nel caso della sigaretta nella bocca della Madonna, si è trattato di un gesto estremamente grave, che non appartiene né alla cultura né alla religione ebraica. Ogni mancanza di rispetto verso simboli cristiani deve essere condannata con chiarezza. Detto questo, bisogna anche comprendere il contesto umano e psicologico in cui questi giovani vivono da mesi: guerra continua, sirene, perdita di amici e parenti, paura costante, tensione permanente e traumi profondi legati al 7 ottobre e ai combattimenti successivi. Questo non giustifica certi comportamenti, ma aiuta a comprendere il livello di esasperazione, stress e sofferenza psicologica accumulato».
Sta crescendo un pericoloso clima di intolleranza verso il mondo cristiano?
«Assolutamente no. Due episodi non bastano per affermare che in Israele esista un clima sistematico di intolleranza verso il mondo cristiano. Dalla nascita dello Stato di Israele, i cristiani hanno sempre potuto vivere e praticare liberamente la propria fede, dichiarando spesso di sentirsi protetti e sicuri sotto il governo israeliano».
Dal pogrom del 7 ottobre è scaturito un nuovo trauma collettivo che ha colpito il mondo ebraico, da sempre sotto attacco. Che impatto ha avuto sui soldati?
«Lavorando con molti soldati, mi sono reso conto che ciò che un tempo era considerato eccezionale oggi è diventato normale: prendere farmaci per dormire, convivere con l’insonnia, vivere costantemente in tensione. Il trauma altera profondamente la percezione della normalità. Con la nascita dello Stato di Israele e dell’Idf è emerso anche un nuovo archetipo psicologico: non più soltanto l’ebreo-vittima, ma l’ebreo che combatte per difendere la propria vita, il proprio popolo e la propria terra».
In Israele ci sono abbastanza psicologi per assistere il popolo traumatizzato?
«Dopo il 7 ottobre, il numero di professionisti della salute mentale è aumentato enormemente. Psicologi, psicoterapeuti, psichiatri, assistenti sociali e counselor sono stati mobilitati per affrontare l’emergenza traumatica vissuta dalla popolazione. Accanto agli approcci clinici tradizionali, si sono diffusi anche percorsi complementari come arteterapia, musicoterapia, danzaterapia, tecniche di rilassamento, meditazione e yoga. Israele sta cercando di rispondere non solo sul piano militare, ma anche sul piano umano e psicologico, perché il trauma collettivo lasciato dal 7 ottobre è profondo e richiederà tempo, ascolto e cura».
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