Le Ragioni di Israele
Molinari: “Israele leader del nuovo Medio Oriente, ora la vera minaccia è l’asse tra Turchia e Qatar”
«Israele resta in bilico fra pace e guerra ma il suo nuovo ruolo di potenza regionale, frutto della reazione al 7 ottobre, le schiude nuove opportunità strategiche», spiega Maurizio Molinari, giornalista e scrittore, sottolineando però che ciò «stride con una crescente ostilità nei suoi confronti da molti Paesi europei», mentre è in arrivo una nuova sfida regionale dall’asse Turchia-Qatar dietro cui c’è la Fratellanza musulmana.
Come sta vivendo Israele la tregua con l’Iran?
«Con una diffusa sensazione di bilico fra guerra e pace. Il vistoso indebolimento di Iran, Hezbollah e Hamas fa sentire gli israeliani più sicuri rispetto al 7 ottobre 2023 ma c’è anche la consapevolezza che tali e tanti nemici non sono scomparsi, restano determinati a riprendere la sfida, portare nuovi pericoli. E il regime iraniano, nonostante i colpi subiti, non rinuncia né al nucleare né ai missili balistici. Dunque Israele si sente sospesa: prevale la volontà di studiare una regione con nuovi attori e pericoli ma anche opportunità».
Il Paese sta tornando alla normalità?
«Ero a Tel Aviv il giorno del cessate il fuoco con l’Iran. Mi ha colpito molto come nell’arco di poche ore milioni di israeliani siano passati da un modo di vita basato sulla protezione minuziosa dalla minaccia di missili e droni alla ripresa delle attività normali, di tutti i giorni. È stato un passaggio rapido, quasi istantaneo, che ha ribadito la forza della vita, l’energia interiore e l’ottimismo di fondo che accomuna gli israeliani, a dispetto delle molte differenze identitarie e politiche che li dividono».
Le trattative per gli accordi di pace con il Libano e la fornitura di sistemi di difesa agli Emirati Arabi Uniti stanno delineando un diverso scenario regionale?
«Dietro i conflitti ancora in atto c’è un nuovo Medio Oriente che sta prendendo forma. L’intesa strategica con gli Emirati Arabi Uniti apre un robusto orizzonte ai “Patti di Abramo” così come gli accordi con i drusi in Siria e la convergenza con i sunniti in Libano pongono le premesse per intese con Beirut e Damasco, che possono portare a pacificare il confine Nord, completando gli accordi siglati con Egitto nel 1979 e Giordania nel 1994. Ma più in generale ciò che conta è il tramonto del progetto dell’egemonia iraniana sul Medio Oriente, basata su programma nucleare e sostegno a gruppi paramilitari, perché crea una nuova dinamica che vede i rapporti con Israele non essere più un tabù. Ciò che più conta è l’affermarsi, in maniere diverse, dell’idea di fondo che ha spinto il leader degli Emirati, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, a volere gli accordi di Abramo con Israele: costruire un Medio Oriente basato su cooperazione, connettività e infrastrutture fra popoli e fedi che vivono assieme dall’alba della civiltà».
In Europa si parla con insistenza di «isolamento» di Israele. È veramente così?
«Israele sigla accordi su sicurezza, commercio ed energia con Emirati e Paesi sunniti, vede entrare il Kazakhstan nei Patti di Abramo, ha sull’alta tecnologia intese in crescita con Giappone e Corea del Sud, la partnership strategica con l’India è di dimensioni senza precedenti, le relazioni con l’Indonesia accelerano e con gli Stati Uniti l’intesa sul doppio binario hi-tech e Difesa è tale da consentire di prevedere che Gerusalemme nel 2028 rinuncerà ai 3,8 miliardi annuali di aiuti economici Usa. Ma non è tutto, perché c’è anche un’Europa che cerca più integrazione con Israele: dalla Germania che acquista l’Iron Dome a Repubblica Ceca, Slovacchia, Grecia e Cipro che moltiplicano le intese su sicurezza e hi-tech. Per non parlare degli “Accordi di Isacco”, ovvero le intese con una dozzina di Paesi latinoamericani, guidati dall’Argentina, che incontreranno a breve il presidente Herzog in un summit ad hoc. E nel Corno d’Africa il riconoscimento della sovranità del Somaliland ha fatto di Israele un protagonista degli equilibri regionali, d’intesa con Washington e Abu Dhabi. Nel complesso, lo Stato ebraico esce dalla sua guerra più lunga con le dimensioni di una potenza regionale grazie non solo alla potenza militare ma anche alla crescita tecnologica, scientifica ed energetica. Ciò che stride con questo scenario è il clima di crescente ostilità verso lo Stato ebraico che si respira in alcuni grandi Paesi europei – dalla Spagna alla Francia, dalla Gran Bretagna alla Polonia – come anche in Canada e Australia, e sta contagiando perfino l’Italia. Sono Paesi dove il 7 ottobre e la conseguente guerra a Gaza hanno portato a un’ondata di forte ostilità nei confronti del governo e dello Stato di Israele, con conseguenze a pioggia nella vita quotidiana che troppo spesso degenerano nell’intolleranza».
Con l’Iran degli ayatollah indebolito, chi è il maggiore avversario di Israele in Medio Oriente?
«È l’intesa strategica fra Turchia e Qatar, perché si tratta di due Paesi con molte risorse – militari, energetiche e finanziarie – che sono anche i grandi protettori e partner del movimento dei Fratelli musulmani che predica l’Islam politico ed è stato messo fuorilegge in più Stati sunniti, dall’Egitto alla Giordania fino agli Emirati Arabi Uniti, perché al suo interno ha a volte anche gruppi che predicano e praticano la violenza armata. Non a caso, Turchia e Qatar hanno un legame molto forte con Hamas, espressione proprio della Fratellanza a Gaza e nella West Bank. Le conseguenze sono visibili: se Hamas ritarda il previsto disarmo a Gaza, è perché si sente sostenuto da Ankara e Doha».
Qual è il fine del primo ministro spagnolo Sánchez nel chiedere uno scudo europeo per proteggere Francesca Albanese dalle sanzioni Usa?
«Lo spagnolo Sánchez è il leader europeo più ostile a Israele. Le sue posizioni estreme, dalla scelta di sposare l’accusa di genocidio alla proposta di sanzioni economiche, si originano nell’ideologia di una sinistra sudamericana contaminata dal chavismo che poco ha a che fare con il socialismo europeo della Spd e di Glucksman in Francia. La scelta di chiedere alla Ue di sfidare le sanzioni Usa a Francesca Albanese e al Tpi rientra in questo approccio che in Spagna viene contestato dall’opposizione parlamentare, secondo cui sono i legami con Cina e Iran che spingono Sánchez ad assumere tali iniziative, al fine di diventare il capofila del fronte anti-Usa in Europa».
Come possono rilanciarsi i rapporti tra l’Europa e lo Stato ebraico?
«Facendo prevalere gli interessi comuni. Israele ha nella Ue il suo partner commerciale più importante, e dunque ha interesse ad ascoltare Bruxelles anche quando solleva critiche all’operato del suo governo. Così come l’Ue ha in Israele un partner indispensabile nella sicurezza aerea, missilistica e cyber così come nello sviluppo delle tecnologie più avanzate nell’agricoltura e nella ricerca medica. E dunque è interesse della Ue mantenere un rapporto saldo con Gerusalemme, anche a dispetto di alcune divergenze politiche sull’assetto del Medio Oriente».
Lapid e Bennett correranno insieme alle prossime elezioni in Israele. Che mosse politiche si aspetta dal premier Netanyahu?
«Israele è già immerso nella campagna elettorale in vista del voto di autunno. I sondaggi hanno evidenti oscillazioni ma disegnano un sostanziale equilibrio fra le attuali maggioranza e opposizione. Dunque, i giochi sono aperti. Nuovi protagonisti come il generale Eisenkot meritano attenzione al pari della popolarità di Netanyahu nell’elettorato più giovane, quello che ha subìto l’impatto emotivo più forte dal 7 ottobre. Giochi apertissimi dunque. Sarà una sfida all’ultimo voto».
Ieri il segretario di Stato americano Rubio ha incontrato Leone XIV. Perché, alla vigilia, Trump ha alzato la tensione con nuovi aspri attacchi verso il Papa?
«Perché Trump ripete sempre lo stesso metodo negoziale: va all’attacco della controparte, provocandola, per poi aspettare la reazione e cercare un accordo a lui favorevole. In questo caso, credo che Trump sia andato all’attacco del Papa sull’Iran per cercare in realtà con lui un accordo sulla transizione a Cuba».
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