Il processo per l’omicidio di Giulio Regeni si avvicina alla sentenza. Nessun imputato in aula. Nessuna condanna eseguibile. Nessuna certezza che la pena venga mai scontata. La Procura di Roma ha chiesto l’ergastolo per Sharif e 17 anni e mezzo per gli altri tre 007 della National Security — sette ore di requisitoria — e la Corte d’Assise si pronuncerà a settembre. Vale la pena chiedersi: a cosa serve? La risposta facile è: a nulla. Ed è onesta, ma incompleta. La Corte EDU insegna che i diritti devono essere concreti ed effettivi, non teorici e illusori. Questo processo ne è il paradosso vivente: per tutelare la vittima si procede contro imputati ignari di esserlo, perché il loro Stato ha scelto il silenzio. Il diritto registra la contraddizione. Non la risolve. Regeni non era una spia, ha detto il pm Colaiocco. Era un giovane ricercatore entrato in una zona d’ombra dove il diritto aveva smesso di esistere. L’Egitto non collabora, non estrada, non risponde.

Allora cosa rimane?

Rimane l’atto. Il rito civile di pronunciare la verità ad alta voce, anche quando nessuno ascolta. Ed è lo specchio in cui uno Stato vede la propria doppiezza. Mentre la pubblica accusa chiede l’ergastolo, l’Italia resta il principale partner commerciale dell’Egitto nell’Unione europea: 7 miliardi di investimenti al Cairo, voli pieni su Sharm el-Sheikh, un Piano Mattei in fiore. Affari, gas, turismo. Tutto prospera, mentre quattro agenti della National Security attendono una sentenza che non sarà mai eseguita. Un Paese può tenere insieme queste due verità. Ma non può fingere di non vederle entrambe. Foscolo, nei Sepolcri, chiamava la speranza «ultima Dea». L’ultima a restare, l’ultima ad abbandonarci. Sapeva da dove veniva quell’immagine. Nel mito greco, quando Pandora sollevò il coperchio e i mali del mondo si dispersero tra gli uomini, sul fondo rimase soltanto lei: Elpis, la Speranza. Non fuggì. Rimase intrappolata, custodita, viva. Il processo Regeni è questo. Non è la giustizia. È Elpis. L’ultima cosa che resta quando tutto il resto ha già fallito.

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