BRUXELLES – «Sono ebreo e non ho la minima intenzione di nasconderlo». Kippah, barba fluente e gli tzitzit, i laccetti rituali prescritti dalla Torah, che scendono da sotto la giacca. Rabbi Menachem Margolin, Chairman della European Jewish Association (Eja), è un uomo che “indossa” l’ebraismo. Nel senso letterale del termine. Simboli religiosi, i suoi, oggi bersaglio di violenze. Verbali e fisiche. Il clima di antisemitismo è in crescita in Europa. Secondo alcuni, sarebbe la conseguenza dell’intervento israeliano a Gaza, a seguito del massacro del 7 ottobre.

Rabbi, è davvero così o esistono cause storiche e ideologiche più profonde?
«L’antisemitismo è antisemitismo. C’è chi cerca di mascherarlo definendolo antisionismo. Ma chi osserva il fenomeno con onestà intellettuale vede che gran parte di quanto sta accadendo è antisemitismo organizzato. Una preoccupante alleanza tra frange dell’estrema destra e dell’estrema sinistra. Detto questo, non ogni critica a Israele è antisemitica. Israele, come qualsiasi altro Paese, commette errori. E gli ebrei, come tutti gli altri, non sono al di sopra delle critiche. Il problema è un altro. La realtà inquietante è che manifestazioni ben organizzate e finanziate, sostenute dal Qatar e, in alcuni casi, persino da fondi dell’Unione europea originariamente destinati a scopi umanitari, accusavano Israele di genocidio già il giorno successivo al massacro di Hamas, quando nessun soldato israeliano era ancora entrato a Gaza».

Pensa che ci sia una strategia a sostegno?
«Si tratta di fatti verificabili. Quella campagna, pianificata e finanziata, ha alimentato un’ondata di odio in tutta Europa, coinvolgendo persone di ogni età esposte a un’incitazione continua. È iniziata come odio rivolto soltanto a Israele. Si è trasformata in ostilità verso gli ebrei perché ebrei. Già l’8 ottobre 2023, l’Eja aveva avvertito che “l’Occidente sarà il prossimo”. Nemmeno noi immaginavamo quanto rapidamente questo odio si sarebbe diffuso».

Qual è stata la reazione dell’Occidente?
«Troppo spesso la risposta delle autorità pubbliche si è limitata a deboli dichiarazioni di condanna. Invece di guidare l’opinione pubblica, troppi politici inseguono il consenso e alimentano l’odio. Invece di investire nell’educazione alla tolleranza e applicare con fermezza le leggi contro l’incitamento all’odio, scelgono di normalizzare il problema».

Fin dove si può arrivare?
«Questo clima avvelenato non si fermerà agli ebrei. La storia insegna che l’odio non resta mai confinato a un solo gruppo. Quello che iniziò 88 anni fa con la Notte dei Cristalli contro gli ebrei finì per travolgere tutta l’Europa, costando la vita a milioni di ebrei, cristiani e musulmani».

Non solo antisemitismo, quindi.
«No. Non è una battaglia soltanto ebraica. Il problema riguarda ogni persona, indipendentemente da fede o nazionalità. Dobbiamo combattere l’ignoranza e l’odio che alimentano l’antisemitismo, perché minacciano tutto ciò che l’Europa afferma di rappresentare, democrazia, liberalismo, tolleranza e illuminismo».

Tempo fa il rabbino capo di Milano, rav Alfonso Arbib, ha sostenuto che stiamo assistendo a una forma di antisemitismo dai tratti medievali. A differenza di quello nazista, che parlava di “soluzione finale”. Condivide questa interpretazione?
«Nutro un enorme rispetto per rav Alfonso, ma su questo punto mi permetto di dissentire. Chiunque abbia letto lo statuto di Hamas, ascoltato i leader dei Fratelli Musulmani, seguito le dichiarazioni degli Ayatollah o la retorica del presidente turco Erdoğan sa che il 7 ottobre non è stato un episodio isolato. È stata la manifestazione riuscita di un’ideologia che mira alla distruzione dello Stato ebraico e a colpire gli ebrei ovunque essi vivano. Per quanto l’ideologia jihadista, in ultima analisi, non distingua tra “infedeli” ebrei, cristiani, buddisti o altri».

In quali Paesi le comunità ebraiche sono oggi più esposte?
«Le situazioni più preoccupanti si registrano nell’Europa occidentale, Regno Unito, in Francia, Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Ogni volta che gli estremisti percepiscono debolezza o esitazione della leadership politica, alzano il livello dello scontro. Il linguaggio d’odio si trasforma in intimidazione, l’intimidazione in violenza che può sfociare nell’omicidio».

Quali misure concrete chiedete ai governi occidentali?
«Le nostre richieste sono semplici. Servono leggi più severe contro i crimini d’odio, un’applicazione rigorosa delle norme già esistenti e, soprattutto, educazione. È inaccettabile che chi si rende responsabile di molestie sessuali verbali venga immediatamente condannato — giustamente — mentre chi diffonde odio antisemita continui, in certi ambienti, a essere considerato socialmente accettabile. Mi aspetto che i nostri leader politici guidino l’opinione pubblica, non che la seguano. Devono comprendere che l’antisemitismo non è un “problema degli ebrei”. È una minaccia per l’Europa e i suoi valori democratici. Molti leader religiosi musulmani condividono questa preoccupazione. Sono allarmati quanto noi dall’influenza dei Fratelli musulmani e dei movimenti jihadisti. Non è uno scontro tra religioni, ma una battaglia comune per difendere le società democratiche dall’estremismo».

 

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).