Giustizia
Strage di Viareggio, Moretti in carcere a Orvieto. Gli argomenti della difesa dell’AD che ha sempre respinto le accuse
La sentenza della Corte di Cassazione del 25 giugno 2026 ha posto la parola fine ad uno dei procedimenti giudiziari più lunghi e complessi della storia recente italiana: quello relativo alla strage ferroviaria di Viareggio. Sono diventate definitive le condanne inflitte nel cosiddetto “appello ter”, compresa quella a cinque anni di reclusione per Mauro Moretti, all’epoca amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e di Rete Ferroviaria Italiana.
La sera del 29 giugno 2009 un treno merci che trasportava GPL attraversò la stazione di Viareggio. Uno dei carri cisterna deragliò e il cedimento provocò la fuoriuscita del gas liquefatto che, poco dopo, si incendiò generando una violenta esplosione. Le fiamme investirono abitazioni, strade e persone che si trovavano nelle vicinanze della linea ferroviaria. Il bilancio finale fu di 32 morti, molti dei quali deceduti dopo giorni o settimane di agonia a causa delle gravissime ustioni riportate. Nel corso degli anni, le perizie e i processi hanno individuato l’origine tecnica del disastro nella rottura di un assile del carro cisterna, appartenente ad una società tedesca. Secondo quanto accertato, l’assile presentava difetti e danneggiamenti che non erano stati individuati durante le operazioni di controllo e manutenzione.
Proprio su questo punto si è sviluppato uno dei principali argomenti della difesa di Moretti: la causa materiale dell’incidente è stata individuata con precisione nelle carenze manutentive e nei controlli eseguiti sul carro cisterna, attività che certamente non ricadevano nella sua sfera operativa diretta. Il procedimento giudiziario, però, si caratterizzò da una complessità eccezionale. Nel filone principale furono accertate in via definitiva le responsabilità dei soggetti direttamente coinvolti nella proprietà, manutenzione e revisione del carro cisterna. Operai, tecnici e dirigenti delle aziende coinvolte furono ritenuti responsabili di errori e omissioni che contribuirono al verificarsi della tragedia.
Parallelamente, però, la magistratura ipotizzò responsabilità anche nei livelli più elevati della struttura ferroviaria italiana. È qui che entra in gioco la figura di Moretti che ha sempre respinto le accuse. Durante il dibattimento, Moretti ha ricordato di aver assunto la guida del gruppo FS nel 2006, durante il governo Prodi, in una situazione economica estremamente difficile, con perdite superiori ai due miliardi di euro e una forte esposizione debitoria, precisando al contempo che le scelte strategiche relative all’Alta Velocità e alla distribuzione delle risorse fossero determinate da Palazzo Chigi e Parlamento, e non da autonome decisioni imprenditoriali. La tesi accusatoria, rimasta sostanzialmente immutata nel corso degli anni, sosteneva invece che la gestione complessiva del sistema ferroviario avrebbe privilegiato alcuni investimenti, in particolare proprio quelli legati all’Alta Velocità, senza garantire un livello adeguato di attenzione e risorse ad altri settori, compreso il traffico merci. Secondo i giudici, il ruolo apicale ricoperto da Moretti comportava specifici obblighi di organizzazione, controllo e gestione del rischio. Da qui la conclusione che l’ex amministratore delegato dovesse rispondere penalmente delle carenze organizzative che contribuirono al verificarsi del disastro.
Nel primo appello la pena era stata fissata in sette anni di reclusione. Dopo una lunga serie di passaggi processuali, la condanna era stata rideterminata in cinque anni, divenendo definitiva questa settimana. Per i magistrati, anche nelle grandi organizzazioni la sicurezza dipende inevitabilmente dalle decisioni assunte ai livelli più elevati. In tale prospettiva, i dirigenti apicali non possono essere considerati estranei quando emergono gravi deficit organizzativi che contribuiscono a provocare eventi catastrofici. Tesi respinta dall’avvocata Ambra Iovane, difensore di Moretti, per la quale un amministratore delegato finirebbe quindi per rispondere non per azioni direttamente compiute o omissioni concretamente dimostrate, ma semplicemente per il ruolo ricoperto al vertice della struttura. La difesa di Moretti, che si è dichiarata indignata per l’esito del processo, inoltre ha sempre sostenuto che le prove raccolte non dimostravano un nesso diretto tra le sue decisioni e il cedimento dell’assile che causò il deragliamento. Mentre i familiari delle vittime applaudivano alla decisione della Cassazione, Moretti giovedì sera si è costituito nel carcere umbro di Orvieto.
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