Se questo è il principio che emerge dai processi per i disastri industriali e infrastrutturali, c’è da chiedersi chi sarà disposto, domani, ad assumere incarichi di vertice in grandi aziende pubbliche o private. Quale manager accetterà di guidare organizzazioni con migliaia di dipendenti, centinaia di fornitori e processi produttivi complessi sapendo di poter essere chiamato a rispondere penalmente, anche a distanza di quasi vent’anni, per eventi causati da errori tecnici o manutentivi verificatisi a molti livelli sotto di lui?

Strage di Viareggio, la condanna a Moretti e la “colpa personale”

La condanna definitiva di Mauro Moretti per la strage di Viareggio ripropone una questione che va ben oltre il singolo caso. Nessuno mette in discussione la tragedia: trentadue morti, centinaia di feriti, un dolore immenso che merita rispetto e giustizia. Ma proprio perché il dolore delle vittime è così grande, occorre chiedersi se la risposta del diritto penale sia rimasta fedele ai suoi principi fondamentali oppure se abbia ceduto alla ricerca di un responsabile simbolico. Il rischio è che si affermi una sorta di responsabilità da posizione. Non si viene giudicati per una specifica condotta colposa dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio, ma perché si occupava il vertice dell’organizzazione nel momento in cui si è verificata la tragedia. In uno Stato di diritto, però, la responsabilità penale è personale. Non si risponde perché si è amministratori delegati, presidenti o direttori generali. Si risponde perché è stata provata una colpa personale e collegata all’evento. Nei processi per grandi disastri questo principio dovrebbe essere applicato con un rigore ancora maggiore. Occorrerebbe verificare se il nesso tra posizione di vertice, obbligo impeditivo, conoscibilità del rischio e concreta esigibilità della condotta alternativa sia stato realmente accertato oppure se venga ricostruito a posteriori sotto la pressione dell’evento già accaduto. Perché è facile sostenere, dopo una tragedia, che qualcuno avrebbe dovuto sapere e avrebbe dovuto controllare. Molto più difficile è dimostrare che quel soggetto avesse effettivamente il dovere giuridico, le informazioni necessarie e il potere concreto di impedire proprio quell’evento.

Il modello di responsabilità

Il punto non riguarda soltanto Moretti ma il modello di responsabilità che si sta delineando. Se il vertice aziendale risponde sempre e comunque quando si verifica un grande disastro, il rischio è che la magistratura finisca per sostituirsi agli azionisti, ai consigli di amministrazione e agli organi di controllo, trasformando una responsabilità organizzativa o manageriale in una responsabilità penale. Un amministratore può essere considerato responsabile sul piano gestionale, reputazionale o persino morale di ciò che accade durante il suo mandato. Gli azionisti possono giudicarne le scelte, revocarlo, non confermarlo, attribuirgli il fallimento di una strategia.

I vertici “rispondono comunque”

Il diritto penale, invece, dovrebbe fare qualcosa di diverso: accertare una colpa personale. Viene allora alla mente la celebre formula pronunciata in Francia da Georgina Dufoix durante l’affaire del sangue contaminato: «Responsabile sì, ma non colpevole». Nessuno chiede immunità per i manager. Chi ignora rischi noti, chi omette controlli dovuti, chi prende decisioni gravemente imprudenti deve rispondere delle proprie azioni. Ma se il messaggio diventa che il vertice risponde comunque, allora il problema non riguarda soltanto gli imputati di oggi ma il Paese di domani. Perché nessun professionista serio accetterà mai di assumere responsabilità apicali con la prospettiva di portare sulle proprie spalle, per decenni, una responsabilità penale permanente per tutto ciò che accade all’interno di organizzazioni immense e inevitabilmente imperfette.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere