Vigevano come l’Ohio d’Italia. No, non è il titolo di un romanzo distopico ma la notizia (notizia?)  politica della settimana, consegnata direttamente proiettata sul piano nazionale. Di fronte a questi primi risultati locali, i seguaci del generale giurano che si tratta del primo assaggio e ci si chiede se  davvero siamo messi così male.  La risposta onesta, temo, è sì — ma il problema non è Vigevano e nemmeno Vannacci; il tema è probabilmente  il sistema che li ha prodotti entrambi, e che stiamo collettivamente fingendo di non vedere.

Partiamo con il fato che FN (che non è  – badate – forza nuova ma futuro nazionale, il che è tutto un dire) non sta spendendo un euro in campagne roboanti e non ha un programma decifrabile oltre a non avere una classe dirigente riconoscibile se non per il fatto che è composta dagli scissionisti della Lega. Eppure vola al 4% (con un picco tra i ventenni), consenso che farebbe invidia a partiti più strutturati. Ma, ad oggi, non è un risultato politico ma il frutto di steroidi mediatici,  la dimostrazione che nell’ecosistema della web-politik il consenso spesso si fabbrica senza passare dalla realtà. Basta alimentare l’hype, restare nel flusso, non uscire mai dallo schermo. Ecco, benvenuti nel metaverso politico, dove la rappresentazione ha divorato il rappresentato con il gioco di andare più a destra della destra o di muoversi più a sinistra della sinistra. Tanto è gratis. 

Il problema, però, non è il generale ma qualcosa di più generale di lui ossia la crisi  del sistema nervoso collettivo che lo produce e lo amplifica: viviamo in una condizione che Jonathan Gottschall, in The Storytelling Animal (2012), descriverebbe — con qualche licenza evocativa — come la deriva oscura dell’istinto narrativo, la narrazione che prende il sopravvento sulla verifica, l’emozione che colonizza lo spazio che era della ragione pubblica, fino a renderci vulnerabili a qualsiasi storia che suoni plausibile, indipendentemente dal fatto che sia vera o una sciocchezza sesquipedale.  E un bel pezzo dei media, nella loro corsa all’engagement, hanno smesso (lo consiglierebbe l’etimologia) appunto di mediare tra la fuffa e i fatti veri per diventare amplificatori di qualunque cosa produca reazione; ed è precisamente in questo vuoto pneumatico — dove l’amplificazione sostituisce la verifica e il rumore di fondo viene scambiato per dibattito — che i polarizzatori del caos  trovano il loro habitat naturale. E sguazzano. 

La stessa patologia attraversa purtroppo le democrazie europee con effetti paradossali e deliberatamente autolesionisti. Nel Regno Unito si continua a martellarsi addosso dopo aver toccato con mano i danni devastanti della Brexit, mentre Farage raccoglie voti di protesta con Labour e Conservatori incapaci di trasformare il disagio diffuso in qualcosa che assomigli a un progetto; in Francia, Emmanuel Macron rantola come uno zombie istituzionale stretto tra il massimalismo di Mélenchon e il duo Le Pen-Bardella che già assapora l’Eliseo; in Germania, Friedrich Merz è consumato dal dossier-riarmo in solitaria e non ha soluzioni alla crisi industriale tedesca mentre l’AfD — neonazisti (avete sentito bene, neonazisti) — avanza in diversi Länder nutrendosi della crisi economica e del senso di abbandono delle periferie; in Spagna, infine, Pedro Sánchez galleggia su un centrosinistra stritolato dagli scandali con i sovranisti di Vox stanno in agguato, pronti a capitalizzare ogni cedimento.  La tensione verso gli estremi, dunque, non è più una febbre passeggera ma la temperatura ordinaria del corpo democratico europeo, e trattarla come fenomeno congiunturale è già di per sé una forma di rimozione collettiva — un altro modo di restare nel metaverso e non guardare fuori.

L’Italia ne offre poi un caso da manuale — e non soltanto sul piano politico. La crisi dell’esecutivo ad oggi è fattuale anche se non formalizzata: sui dossier fondamentali — difesa, economia, energia, industria — il governo galleggia nell’iperuranio mentre il bilancio raschia il barile; e per finanziare la difesa si vogliono dirottare i fondi europei di coesione, sottraendoli alle politiche regionali in un’operazione che sarebbe meno scandalosa se le Regioni non avessero già dimostrato di non sapere cosa farsene — meno di sei miliardi spesi sugli oltre settantaquattro disponibili, l’otto per cento del totale, una sciagura amministrativa conclamata. Il dirottamento, tuttavia, rivela prima di tutto le pagine bianche di un’agenda economica senza direzione; e quando l’agenda economica perde la rotta, vengono meno le certezze su tutto il resto: il carovita, gli investimenti, la crisi energetica, il welfare, la sanità. Di fronte a questo orizzonte, la massa critica degli italiani si aspetterebbe una road map con poche cose — alcune impopolari, ma almeno concrete e verificabili — mentre invece la premier butta la palla in tribuna prendendosela con la burocrazia europea (il bue dice cornuto all’asino, insomma) e lo dice davanti a una Confindustria suppongo basita, Matteo Salvini produce elenchi perfetti per i meme su Tik Tok  e Antonio Tajani fatica a decifrare gli smottamenti geopolitici. Dall’altra parte, il campo largo si è schiantato sul Mose come un vascello in secca, senza un progetto che vada oltre la somma algebrica dei veti reciproci. 

Il metaverso, a quanto pare, è trasversale.

A tenere insieme questa fragilità politica e questa deriva comunicativa c’è un dato che dovrebbe allarmare più di qualsiasi sondaggio elettorale: secondo il Digital News Report 2025 del Reuters Institute, otto italiani su dieci non distinguono facilmente una notizia falsa, e solo il 54% si sente minimamente attrezzato a smascherarla. Il che significa che una quota significativa del pubblico non ha più gli strumenti per distinguere la realtà alternativa da quella reale. Non a caso veniamo sommersi giustamente dai sondaggi ma è tutto estemporaneo, umorale mentre un pezzo di paese Italia vive alla giornata quasi sconsolato per non dire disorientato. 

Sembriamo – perdonate la provocazione – come Fantozzi  nel suo Fantozzi subisce ancora (1983): il ragioniere di fronte alle elezioni anticipate si mette in vestaglia, si chiude in casa e dalla mattina a notte fonda si devasta in tribune politiche, comizi, dibattiti come partite di ping pong su tutti i canali. L’esito, che Villaggio annota con precisione clinica, è il torpore più completo — allucinazioni audiovisive, pensiero sospeso.  La differenza è che nel film il flusso ad un certi punto si interrompeva e il panorama politico era di gran lunga più serio; mentre oggi è continuo, pervasivo, personalizzato dall’algoritmo sulle nostre paure e sui nostri pregiudizi, sicché il torpore non è più una reazione estrema ma lo stato di default. 

Il rischio non è il caos ma l’anestesia: la politica come infinito aperitivo a debito, dove si brinda con i bicchieri di crescita zero, ci si sbronza di annunci e nessuno si preoccupa del risveglio. Ho il maturato terrore di vedere le facce del paese quando i drink finiranno, i bicchieri saranno vuoti e il mal di testa sarà, semplicemente, insopportabile.

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Giuseppe Trapani, docente e giornalista a Milano: dopo aver collaborato con diverse testate online, tra cui Lettera43 e Linkiesta, dal 2021 è digital journalist per Il Riformista. Ha pubblicato saggi per Elledici (2017) e Santelli–Clandestine (2022).