Durante la 62esima sessione del Consiglio dei Diritti Umani dell’ONU, il 23 giugno di fronte a una donna che le chiede di guardarla negli occhi mentre racconta di essere stata stuprata, picchiata e tenuta in ostaggio, Reem Alsalem tiene lo sguardo basso, le cuffie ben piantate sulle orecchie come in “Rischiatutto” di Mike Bongiorno e un’espressione che sembra scolpita nel marmo. Non è sorpresa, né turbata e nemmeno imbarazzata. È solo professionalmente assente. Hannah Arendt, nel processo a Eichmann, descrisse la «banalità del male» come quella capacità di compiere (o giustificare) orrori enormi attraverso il linguaggio asettico della procedura, del dovere, della verifica tecnica. Eichmann non urlava, non rideva, non provava visibile piacere nel male come molti dei suoi colleghi. Semplicemente eseguiva, e quando gli si mettevano davanti le conseguenze delle sue decisioni rispondeva con moduli, ordini ricevuti.

Oggi, nella sala del Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, non c’è un criminale nazista ma una relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne. Eppure c’è una diabolica simmetria. Hamas ha filmato tutto. I terroristi hanno ripreso con i loro cellulari le donne trascinate via per i capelli, gli stupri, le esecuzioni, le urla. Le sopravvissute hanno parlato, i medici legali hanno scritto e denunciato la barbarie. Le testimonianze raccolte da più fonti indipendenti hanno verificato tutto.

Eppure Reem Alsalem, di fronte a Ilana Gritzewsky (una donna reale, in carne e ossa, che le dice “sono la prova vivente di quello che lei nega”) mantiene la stessa freddezza burocratica di chi, a Gerusalemme nel 1961, continuava a ripetere che erano “ordini”. La differenza è che Eichmann era un criminale. Alsalem è solo una funzionaria internazionale che ha scelto, con piena consapevolezza ideologica, di applicare il suo rigore da burocrate solo in una direzione. Quando si tratta di donne palestinesi, le comunicazioni ufficiali partono. Quando si tratta di donne israeliane stuprate e torturate il 7 ottobre, arrivano le cautele, le richieste di “verifica indipendente”, le lamentele per la mancata collaborazione di Israele. Come se i video di Hamas, le testimonianze degli ostaggi liberati e i rapporti medici non esistessero. Come se una donna in piedi davanti a lei, con la voce rotta e commossa, non fosse una prova sufficiente.

Se Reem Alsalem fosse la madre di quella ragazza, avrebbe la stessa espressione? Avrebbe la stessa assenza di qualsiasi reazione umana mentre le viene raccontato cosa è stato fatto a sua figlia? Oppure, all’improvviso, il bisogno di “prove indipendenti” sparirebbe e resterebbe solo la rabbia di una madre? La risposta è fin troppo evidente. E rivela il cuore della questione. Quella ragazza non è degna di compassione perché è ebrea e israeliana. Appartiene a un popolo che, secondo una certa ideologia oggi dominante in molte stanze dell’ONU, è nato già peccatore. Non vittima. Non civile. Non donna. Solo «colono», «occupante», «strumento del sionismo».

E quindi, quando viene stuprata e umiliata, la sua sofferenza deve essere verificata. Altrimenti rischia di “giustificare il genocidio” contro chi l’ha stuprata. Siamo abituati ormai a questa postura ideologica. Basta un mandato ONU, un microfono e la certezza di poter parlare di “mancanza di prove indipendenti” mentre il mondo ha visto i video. Reem Alsalem (che ha ricevuto tra il 2024 e il 2025 170mila dollari da Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi arabi leader sui diritti delle donne) non ha ucciso nessuno, certo, ma con quella scelta di non guardare una donna che le chiede solo di essere vista, ha contribuito a qualcosa di più insidioso: ha reso accettabile, all’interno delle Nazioni Unite, l’idea che la sofferenza di certe vittime sia meno degna di indignazione. Il paragone con Eichmann regge non perché Alsalem sia un criminale di guerra. Regge perché la postura è la stessa: quella di chi, di fronte al male documentato, filmato e testimoniato, preferisce la freddezza ideologica alla compassione elementare.