La riflessione
Chiamatelo centro, terzo polo, spazio civico ma se non arriva al 20% stiamo parlando di aria fritta
Chiamatelo centro, terzo polo, casa riformista, campo liberale, spazio civico, quello che volete! Ma se nessuna di queste formule prevede la costruzione di un partito capace di raccogliere più del venti per cento dei consensi, stiamo parlando di aria fritta. Non è l’egocentrismo dei leaderini l’ostacolo da superare. Ma è l’idea che basti raccogliere un pugno di sigle attorno ad un Vannacci di centro per raggiungere l’obiettivo.
È davvero deprimente assistere allo scaricabarile delle responsabilità tra piccoli gruppi che restano seduti in attesa che qualcosa succeda: una nuova legge elettorale o un sondaggio che sposti qualche decimo di punto. Mentre si perdono mesi preziosi che si potrebbero utilizzare per costruire una vera forza politica. Costruire un partito non significa solo fare congressi e iniziative nella maggior parte delle regioni e in qualche provincia. Significa creare un sistema di relazioni con la società. Mettere in moto una capacità di aggregazione di intelligenze, energie, risorse. Avere in testa il chiodo fisso di conquistare una bella fetta di consensi per determinare un governo riformista che faccia la rivoluzione liberale tanto attesa quanto rimasta inattuata in Italia.
La ragione principale del fallimento dei tentativi di dar vita a un terzo polo antipopulista ed europeista va cercata nella mancanza di una siffatta ambizione: diventare maggioranza nel paese. Dietro questa rinuncia c’è tutto un retropensiero costruito ad arte da una pseudo-politologia fatta di luoghi comuni. Il primo è che il riformismo in Italia sarebbe per sua natura minoritario. Senza scomodare azionisti e liberali, socialisti e repubblicani della Prima repubblica, anche la vicenda del Pd racconta questa storia.
A Veltroni e Renzi fu permesso, infatti, di diventare segretari perché i padroni delle tessere facevano confluire una fetta consistente dei voti “massimalisti” sui loro nomi. In quella fase, agli eredi del Pci faceva comodo una stampella centrista per la leadership. E Veltroni era il candidato utile perché diceva di non essere mai stato comunista. Poi fu la volta di Renzi scelto con la stessa logica. Oggi, quegli stessi padroni delle tessere pensano ad una stampella centrista fuori dal Pd. In quel partito, fin dall’inizio i riformisti non sono maggioranza.
E la vulgata dice che se questo è vero per il Pd, lo è anche per l’Italia. Un’idea che è diventata luogo comune. Ma la verità è che il manifesto del Lingotto non dedicava nemmeno un paragrafo alla forma partito. E che Renzi faceva il segretario organizzando la Leopolda anziché il partito. Insomma, i progetti riformisti hanno sempre eluso il tema della costruzione del partito, ritenendolo un obiettivo non più decisivo nella società digitale. La guerra cognitiva di Putin e la sfida dell’IA richiedono ai liberali di tutto il mondo di progettare la forma partito del ventunesimo secolo. Questa è la priorità perché una democrazia senza partiti muore.
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