C’è un argomento che merita di essere affrontato senza pregiudizi ideologici: il ritorno delle preferenze nella nuova legge elettorale. Per questo colpisce l’appello trasversale di alcune deputate che si dichiarano contrarie, sostenendo che le preferenze finirebbero per ridurre la presenza delle donne in Parlamento. È una tesi rispettabile, ma che non mi convince. Anzi, la mia esperienza racconta proprio il contrario.

Se l’elezione dipende da un posto in lista assegnato sulla base della fedeltà al leader, le prime a pagare il prezzo sono proprio le donne più autonome, quelle meno inclini all’allineamento e più libere nell’esprimere le proprie posizioni. I listini bloccati non hanno rafforzato la rappresentanza femminile nella sua qualità. Hanno piuttosto consolidato un meccanismo che allontana gli eletti dai cittadini per renderli sempre più dipendenti da chi compila le liste. È il circolo vizioso che ha impoverito il Parlamento negli ultimi anni.

L’Italia avrebbe invece bisogno di parlamentari forti del consenso ricevuto dagli elettori, capaci di esercitare il proprio mandato con autonomia e senso di responsabilità. Avrebbe bisogno anche di partiti in cui i segretari siano meno soli al comando e maggiormente chiamati a confrontarsi con una classe dirigente autorevole e legittimata dal voto popolare. Non selezionati esclusivamente sulla base della fedeltà al leader. Restituire agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti significa rafforzare la democrazia, non indebolirla. Perché un Parlamento composto dai più capaci vale sempre più di un Parlamento composto dai più fedeli.

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Eurodeputata del Partito Democratico eletta nella circoscrizione dell'Italia Meridionale.