Interviste
Petrolo: “Non più l’economia, oggi a decidere il voto è l’identità e Vannacci è soltanto l’inizio di un nuovo mondo”
Domenico Petrolo, stratega della comunicazione, guida Cuntura, società di strategie per la politica. Nel suo ultimo saggio, La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare, pubblicato da Franco Angeli, analizza il cambiamento profondo che attraversa le democrazie occidentali: la politica non si gioca più soltanto sul terreno economico, ma su quello dell’appartenenza culturale. Con le leve emotive a farla da padrone.
Nel suo libro sostiene che siamo entrati nella «stagione dell’identità». Che cosa significa?
«Viviamo un conflitto che non è più tra classi economiche, ma tra identità culturali. I ceti medio-bassi non chiedono più soltanto redistribuzione o welfare: chiedono protezione. Sentono che la propria identità è sotto attacco, tra immigrazione, Islam radicale, cultura woke, crisi demografica e digitalizzazione. Per questo votano chi promette di difenderla».
È questa la chiave del successo di Trump e delle destre europee?
«Sì. Dalla Brexit a Donald Trump, fino ai movimenti nazionalisti europei, il filo conduttore è lo stesso. Anche l’Italia sta entrando pienamente in questa fase. Che si chiami Roberto Vannacci o in un altro modo, il fenomeno è già in atto: oggi l’identità pesa più dell’economia».
Quindi puntare sulla redistribuzione dei redditi non basta più?
«Per moltissimi anni la politica ha vissuto su quel paradigma, ripetendoci: “It’s the economy, stupid”. Oggi siamo passati a “It’s the identity, stupid”. È l’identità il motore delle scelte politiche e del consenso».
Perché i populisti riescono a interpretare meglio questo cambiamento?
«Non perché comunichino meglio. Le destre populiste non inventano i problemi: individuano fratture profonde già presenti nella società. Riconoscono inquietudini, paure e bisogni che altri preferiscono ignorare. Il leader populista non crea il disagio: gli dà una voce».
Quanto conta la leva emotiva?
«Conta moltissimo, perché l’identità è prima di tutto un bisogno esistenziale. È la nostra storia, la famiglia, la cultura, il Paese. Quando le persone percepiscono che tutto questo è minacciato, scelgono chi promette di proteggerlo».
Lei sostiene che il multiculturalismo abbia fallito. Perché?
«Perché si è pensato che welfare, diritti sociali e lavoro bastassero a creare integrazione. Non è stato così. In molti casi non si è mai chiesto di condividere i valori fondamentali del Paese ospitante. Da qui sono nati conflitti culturali che hanno favorito l’ascesa dei nazionalismi».
L’Islam è oggi il punto centrale di questo conflitto?
«È uno dei temi decisivi. Da un lato c’è la sicurezza nazionale, dall’altro il confronto tra sistemi di valori diversi. La maggioranza dei musulmani è perfettamente integrata, ma proprio per questo serve un’alleanza con l’Islam moderato per isolare le componenti radicali e difendere la convivenza».
Che errori ha commesso la sinistra?
«In molti casi ha trattato l’identità tradizionale come un residuo del passato. Pensiamo ai dibattiti su genitore 1 e genitore 2 o alla neutralità linguistica, alla schwa: molti cittadini li hanno percepiti come un attacco alla propria identità, non come un progresso».
Esiste un modello diverso?
«Sì. La sinistra danese dimostra che si possono affrontare questi temi senza negarli e continuare a vincere le elezioni. Ignorare la realtà significa lasciarne l’interpretazione ai nazionalisti».
Qual è allora la sfida per liberali e riformisti?
«Non devono imitare il linguaggio dei populisti, ma affrontare la realtà senza autocensura. Oggi parlare di immigrazione, identità o Islam significa spesso essere accusati di islamofobia o xenofobia. È una trappola. Il silenzio è il miglior alleato dei nazionalisti. I riformisti devono tornare a interpretare i fenomeni prima che lo facciano altri».
Il suo libro si chiude con una tesi netta: Vannacci è un’eccezione o l’inizio di qualcosa?
«Vannacci è soltanto l’inizio. La stagione dell’identità è appena cominciata. E chi continuerà a leggere la politica soltanto con le categorie economiche e con la vecchia dicotomia destra-sinistra rischia di non capire più il mondo che sta arrivando».
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