Esteri
L’equilibrio precario del Regno Unito e il miraggio della “Global Britain”
Un what if letterario che scava nelle crepe delle istituzioni millenarie e riflette la fragilità del potere davanti alla pressione dell’opinione pubblica
Il panorama geopolitico ed economico del Regno Unito, a sei anni dall’uscita effettiva dall’Unione europea, si trova oggi a un punto di svolta critico dove la retorica della sovranità deve necessariamente confrontarsi con i dati macroeconomici e le nuove dinamiche di potere globale. L’adesione del Paese al CPTPP, formalizzata pienamente nel 2025 e consolidata all’inizio del 2026, rappresenta il pilastro della strategia post-Brexit volta a spostare il baricentro commerciale verso l’Indo-Pacifico, ma le analisi più recenti suggeriscono che i benefici stimati, pari a circa lo 0,31% del PIL nel lungo periodo, non riescono ancora a compensare la perdita di accesso al mercato unico europeo. Un deficit commerciale con l’UE che, secondo i dati economici del gennaio 2026, si attesta sui 34,7 miliardi di sterline solo nell’ultimo trimestre, con costi burocratici per le imprese che superano i 7,5 miliardi di sterline l’anno in sole dichiarazioni doganali.
In questo scenario di affanno, il governo britannico ha avviato una manovra di riavvicinamento pragmatico a Bruxelles, culminata nei negoziati del marzo 2026 per un accordo sulle misure sanitarie e fitosanitarie. Come riportato dai documenti ufficiali di Whitehall, l’obiettivo è creare una “zona SPS condivisa” entro il 2027 per abbattere le barriere amministrative nel settore agrifood, un comparto che ha visto crollare le esportazioni del 22% dal 2018; tale intesa non solo semplificherebbe i flussi verso l’Irlanda del Nord, ma stabilizzerebbe le catene di approvvigionamento messe a dura prova da un’inflazione alimentare ancora al 3,2% e dalle interruzioni nelle rotte marittime globali.
Parallelamente, il rapporto con Ottawa emerge come un tassello fondamentale, sebbene complesso: la stampa canadese sottolinea come il Regno Unito stia tentando di bilanciare le ambizioni del “Global Britain” con le rigide richieste canadesi sull’accesso al mercato delle carni bovine trattate con ormoni, una disputa che ha rallentato il trattato bilaterale permanente. Il Canada resta tuttavia un alleato chiave per l’approvvigionamento di materie prime critiche necessarie alla transizione energetica britannica, un settore in cui Londra non può permettersi isolamenti. La vulnerabilità economica nazionale è stata ulteriormente certificata dall’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale di aprile 2026, che ha tagliato le stime di crescita per l’anno in corso allo 0,8%, citando l’impatto dei conflitti in Medio Oriente e la debolezza degli investimenti interni.
Per reagire a quella che molti definiscono una “coercizione economica strisciante”, il Segretario al Commercio Peter Kyle ha annunciato lo sviluppo di un “trade bazooka”, uno strumento di difesa commerciale ispirato all’omonimo meccanismo anti-coercizione dell’UE (ACI). Questo dispositivo permetterebbe a Londra di imporre sanzioni rapide e mirate contro potenze esterne che tentino di esercitare pressioni indebite sulle politiche britanniche. In questo clima di incertezza sistemica, dove persino i simboli del potere vengono messi a nudo, risuona con forza il successo editoriale del romanzo Exit Queen – Scacco alla Regina. Scritto a quattro mani da Francesco Spartà, giornalista Agi, e Marco Ubezio, avvocato ed esperto Royal, il volume è già tornato in ristampa a meno di una settimana dal debutto, spinto da un passaparola travolgente.
L’opera lancia una sfida narrativa audace ipotizzando una Gran Bretagna chiamata a decidere il futuro della Monarchia attraverso un referendum: un “what if” letterario che scava nelle crepe delle istituzioni millenarie e riflette perfettamente la fragilità del potere davanti alla pressione e ai mutamenti dell’opinione pubblica. Se la realtà economica mostra un Paese alla ricerca di un baricentro perduto, la pubblicazione di Spartà e Ubezio fotografa l’inquietudine di un popolo che sembra pronto a mettere in discussione ogni certezza. Mentre la stampa britannica riflette sulla necessità di una nuova postura assertiva, la realtà resta quella di un Paese che, tra il miraggio dell’Indo-Pacifico, la dura concretezza della Manica e i dilemmi sulla propria identità istituzionale, cerca affannosamente un nuovo equilibrio in un mondo che non concede sconti ai nostalgici della sovranità isolata.
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