«Gli europei non seguano il modello Sánchez. Occorre una linea anglosferica per frenare le influenze cinesi». È questa la tesi di Giulio Sapelli, economista, storico e intellettuale, autore de Il grande ritorno (Guerini e Associati), sull’attuale crisi internazionale.

Come valuta l’evoluzione del trumpismo durante il suo secondo mandato?
«Credo che quella di Trump sia una sorta di rivoluzione culturale che alla cultura woke non ha sostituito un nuovo ordine, ma un’altra forma di radicalismo identitario, senza però ricostruire il patto sociale. L’America è, quindi, dentro una crisi di ordine, di cultura politica e di legittimazione reciproca di cui Trump è il sintomo. Si vedono però tentativi del Congresso e degli apparati di contenerne gli eccessi. Vedremo».

E sull’Iran?
«È riemerso un limite storico del pensiero strategico nordamericano: l’utilizzo di un’enorme capacità di offesa militare, ma con una sempre più scarsa intelligenza strategica. Gli Stati Uniti continuano a sottovalutare, come accadde in Iraq, la resilienza dei sistemi autocratici. Un fattore ancora più evidente di fronte a regimi come quello di Teheran, fondati su un’infrastruttura ideologica e religiosa. Questi sistemi, basati anche sul martirio, si compattano e radicalizzano sotto la pressione esterna, come mostra questa guerra. Bisognava trovare una sponda nelle componenti interne avverse al regime (come i settori della borghesia vicini a Reza Pahlavi); Trump non facendolo è finito solo per fare il gioco degli ayatollah. Ora ci troviamo in una condizione peggiore di prima e, se non si troverà una soluzione, si rischia solo una nuova guerra infinita».

E l’Europa, in questo quadro?
«Pur nell’errore strategico americano, gli europei avrebbero dovuto affiancare l’azione di contenimento verso l’Iran per impedirgli di dotarsi dell’arma atomica. Oggi spero che gli europei si uniscano così da aiutare gli americani a concludere il conflitto e stabilizzare la regione. Altrimenti rischiamo uno scenario simile a quello prodotto dalle primavere arabe».

Cosa ne pensa delle posizioni di Papa Leone XIV?
«Dentro questo disordine, il Pontefice emerge come un gigante che restituisce alla Chiesa cattolica il senso della universalità romana e della funzione storica e diplomatica. La Santa Sede torna così a esercitare una funzione di orientamento, di misura e di intelligenza diplomatica».

Cosa ne pensa delle ultime prese di posizione di Giorgia Meloni?
«Si sta rivelando una grande tattica, molto abile in politica estera. Ha compreso che legarsi in modo eccessivo a Trump può essere pericoloso e che chi si schiaccia troppo su di lui rischia poi di essere travolto come accaduto ad Orbán. Perciò ha cominciato a prendere le distanze, rimanendo però dentro la tradizione anglosferica della politica italiana, fondata su equilibrio, prudenza e mediazione, che fu la grande forza della tradizione democristiana, da Moro ad Andreotti a Colombo».

Pensa che la visita di Re Carlo a Washington a fine mese possa riequilibrare il rapporto transatlantico?
«Credo sarà cruciale. Sua maestà è un uomo colto, consapevole, attento ai passaggi storici. La monarchia inglese continua a rappresentare un principio di continuità e di stabilizzazione. E in una fase in cui l’anglosfera è attraversata da tensioni profondissime, la sua visita può riportare una distensione tra le due sponde dell’Atlantico».

Oggi quale è secondo lei il più grande errore del presidente statunitense?
«Lo scontro interno al mondo dei Five Eyes. Mettersi contro il Canada, urtare l’Australia, indebolire la fiducia tra i grandi Paesi anglofoni significa colpire uno dei patrimoni strategici più preziosi dell’Occidente proprio nel momento in cui l’Indo-Pacifico è diventato decisivo. Washington rischia così di fare solo il gioco di Pechino».

E come ristabilire un ordine?
«Le nazioni europee che hanno ancora classi dirigenti all’altezza devono provare a supplire, almeno in parte, alle insufficienze americane, utilizzando le proprie capacità per garantire l’unità occidentale e affrontare le sfide della Cina. Servirebbe pertanto un ritorno a un vero realismo politico di matrice kissingeriana capace di rinsaldare il rapporto transatlantico».

L’Italia cosa può fare in questo senso?
«Dovrebbe impegnarsi per avere una linea coerente a favore del campo atlantico e anglosferico sulla scia del governo. E per farlo è fondamentale uno sforzo di tutte le principali forze politiche verso una sostanziale linea di unità nazionale. Spero il campo largo capisca questa necessità, ma l’ambiguità dei 5 Stelle non aiuta».

Francesco Subiaco

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