Dieci anni fa il mondo cambiò. Con la Brexit lo scenario, il linguaggio e le istanze politiche dell’Occidente entrarono definitivamente nel terreno dell’identity politics. Su quel cambiamento esiste ormai una letteratura ampia e approfondita, da Fukuyama in poi, e non serve qui ripercorrerla. Serve invece trarne una conseguenza che troppo spesso si preferisce non guardare in faccia.

In un mondo politico che ruota attorno all’identità, il vantaggio dell’identità più chiara e più definita è innegabile. Se gli schieramenti si costruiscono attorno a ciò che si è — o a ciò che si teme di non essere più — allora il nazionalismo, e con lui ogni forma di localismo, parte con un vantaggio strutturale. MAGA, Farage, Fratelli d’Italia non hanno dovuto inventarsi nulla: il loro nucleo fondante è già identitario, concreto, immediato. Dall’altra parte, l’area liberale, riformista e democratica ha provato a competere con identità nobili ma astratte, come l’europeismo, o con identità di riflesso, giocate sul terreno dell’avversario. Su quel campo la partita è persa in partenza: non per errori tattici, ma per costruzione. È difficile immaginare che la parte liberale e democratica dell’Occidente possa vincere una gara di identità contro chi dell’identità ha fatto la propria ragione sociale.

Ma così come il mondo è cambiato dieci anni fa, sta cambiando di nuovo adesso. Oggi la parola d’ordine, il tema saliente per gli elettori dagli Stati Uniti all’Italia, è il costo della vita — quella che oltreoceano chiamano affordability. Tutti i sondaggi sui temi più rilevanti per l’elettorato raccontano la stessa cosa: il caro-vita viene prima di tutto, prima ancora dell’immigrazione, che pure è il tema di policy più contiguo alle politiche dell’identità. E il costo della vita, con l’identità, non ha nulla a che fare. È in questa idiosincrasia — tra l’agenda identitaria che ha dominato un decennio e la domanda materiale che domina il presente — che si apre lo spazio per il riscatto del mondo democratico.

Beninteso: costo della vita non significa soltanto inflazione. Significa l’insieme delle strutture del mercato che, a partire dal 2008 e ancor più dal 2016, sono state progressivamente ostacolate e compresse. La concorrenza ridimensionata più o meno in tutti i settori. L’offerta strozzata da quel fenomeno trasversale che è il NIMBY, dalla casa alle infrastrutture all’energia. Il risultato è stato l’aumento dei prezzi su grosso modo tutto il paniere di consumo del cittadino occidentale. Chi vuole aggredire il caro-vita deve aggredire queste strutture, non limitarsi a promettere sussidi.

Che l’idiosincrasia sia reale, e non un auspicio, lo dimostra il caso più clamoroso di tutti. Donald Trump, l’Identity President per eccellenza, è oggi al minimo di consenso: il suo net approval è sceso a circa -18, sotto il livello di Biden allo stesso punto del mandato — quel Biden i cui problemi cognitivi erano ormai evidenti a tutti — e sotto lo stesso primo Trump. E il crollo traccia quasi perfettamente gli indicatori di ansia economica, in particolare i rincari innescati dai dazi: che sono, non a caso, politica identitaria applicata all’economia. Gli elettori, semplicemente, guardano al carrello della spesa. Chi ha vinto sull’identità sta perdendo sull’affordability. Venendo a casa nostra, e al tanto evocato terzo polo che dovrebbe rompere il bipolarismo, da tutto questo discendono due conseguenze.

La prima: la cultura politica attorno a cui costruire la coalizione non può essere l’ennesima identità nobile — l’europeismo come bandiera, per quanto giusto nel merito — ma un programma che guardi al vero tema che morde nel Paese: il costo della vita, la concorrenza, l’offerta.
La seconda riguarda la secolare questione delle leadership: è nato prima l’uovo o la gallina, bisogna prima trovare il leader o prima il programma comune? È un falso dilemma, per due ragioni simmetriche. Se i programmi fossero davvero comuni al cento per cento tra tutte le forze dell’area, quelle forze distinte non sarebbero mai nate: il “programma comune” preesistente è una finzione. E dall’altra parte, quei leader che rispondono “basta trovare un programma comune, e noi ce ne faremo semplici portatori” danno una risposta ipocrita: perché la leadership è parte integrante del programma. Chi guida determina che cosa il programma diventa. Leader e programma si costituiscono insieme, o non si costituiscono affatto.

La conclusione è tanto semplice da enunciare quanto faticosa da praticare. All’area democratica non socialisteggiante — non la via Mamdani, non il Campo Largo — ai liberali e ai riformisti serve una nuova strategia, un nuovo vocabolario, una nuova cultura politica che abbracci i temi realmente in cima ai pensieri dell’elettorato. Il lavoro da fare è immenso. Ma, per la prima volta da dieci anni, lo spazio c’è.

Andrea Tancredi

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