I Mondiali di calcio hanno già trovato la loro sorpresa: non si tratta di piccole nazionali capaci di stupire il mondo con i loro giocatori semisconosciuti, come l’Uruguay nel Mondiale del 2010 o il Marocco all’ultima edizione in Qatar, che arrivarono inaspettatamente alle fasi finali del torneo. La vera sorpresa è Trump. The Donald è entrato ormai da mesi a gamba tesa nell’organizzazione dell’evento più visto del pianeta e, dal momento che si è trattato dell’esclusione dell’Iran, i Mondiali hanno perso molto della loro dimensione sportiva per assumerne una più politica. Parliamoci chiaro: ogni evento è una vetrina per il leader del Paese ospitante. Lo è stato per Putin con i Mondiali nel 2018, con milioni di tifosi giunti in Russia che hanno ammirato la nuova potenza della madre Russia. Lo stesso è avvenuto nell’ultima Coppa del Mondo alzata da Messi. Con i suoi mega stadi costruiti nel deserto, il Qatar si è affermato a tutti gli effetti come un nuovo attore geopolitico. La prova è il ruolo mediatore nella guerra a Gaza tra Israele e Hamas. Certo, non è una conseguenza diretta, ma l’immagine in questo periodo storico è tutto, e al tycoon sembra non interessare.

Troppi sono gli episodi che inducono a pensare ciò, come le varie minacce di esclusione e le trasferte lampo della nazionale iraniana, che non resterà negli Stati Uniti per più di 48 ore, regolamento imposto dalla Fifa. Una volta giocate le partite sul suolo statunitense, il gruppo composto dai calciatori e dalla delegazione iraniana tornerà immediatamente nel proprio ritiro in Messico senza pernottare lì. Non solo questo: l’episodio che ha suscitato innumerevoli polemiche è l’ingresso negato negli Stati Uniti all’arbitro somalo Omar Artan, nominato nel 2025 come miglior arbitro africano. Come riportato dal New York Times, il permesso sarebbe stato negato dopo un colloquio con l’ufficio di immigrazione durato 11 ore, dopo il quale l’arbitro sarebbe stato rinchiuso in una cella di detenzione per poi essere imbarcato su un volo per Istanbul.

A questo si aggiungono le massicce perquisizioni con cani antidroga per le nazionali di Senegal e Uzbekistan, che hanno fatto il giro sui social. In questo caso, però, a raffreddare le polemiche è stato il CT dell’Uzbekistan Fabio Cannavaro, che in un post ha sottolineato come non ci sia stato “nessuno scandalo e nessun trattamento poco dignitoso e rispettoso”. Seppur curioso, è surreale il caso che arriva dal ritiro della Svizzera a San Diego, dove sarebbe vietato a tifosi e calciatori spingersi oltre i campi di allenamento, circondati da zone infestate di serpenti a sonagli. Un messaggio che può essere inteso come una privazione di libertà, proprio dallo Stato che ne è stato il garante dal dopoguerra a oggi.

Se Trump sta mostrando difficoltà nel trasmettere l’immagine forte del Paese ospitante, la Repubblica islamica è invece atterrata in Messico con dichiarazioni e messaggi mirati, che sposano la propria narrativa e screditano gli Stati Uniti: dalle spille indossate dall’intera delegazione iraniana al momento dell’atterraggio, con il numero 168 a ricordare le vittime del bombardamento della scuola elementare di Minab nel primo giorno dell’operazione Epic Fury, fino alla dichiarazione del calciatore Mehdi Taremi, che avrebbe avvertito: «Molta tensione in questo Mondiale. Si sente nell’atmosfera».

La prima fase dei Mondiali dunque, quella dell’accoglienza, ha danneggiato gli Usa, che non sono riusciti a esprimere potenza e grandezza, ma solo una severa rigidità dagli scarsi risultati. La vetrina del Paese è rotta, ma si potrà ricostruire risalendo allo scopo originale del Mondiale. Tornare ad attribuirgli una dimensione sportiva che, in questo periodo di tensioni internazionali, unisca tutti nel vedere e celebrare i gesti più belli del calcio. Altrimenti, se Trump dovesse continuare sulla sua scia, da sorpresa rischierebbe di trasformarsi nella delusione della competizione. Sempre che non lo sia già.

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Ruben Caivano, studente al terzo anno del corso di laurea in Scienze Politiche e Studi Europei. Appassionato di attualità, relazioni internazionali e integrazione europea, guardo alla storia del secolo scorso come una chiave di lettura fondamentale per comprendere gli eventi di oggi.