Giovanni Diamanti – sondaggista, analista ed esperto di comunicazione politica, fondatore di YouTrend — legge la corsa per Palazzo Marino con lo sguardo di chi analizza i numeri dando loro un senso.

Il centrodestra ha appena deciso di commissionare un sondaggio per orientarsi sul candidato. Da sondaggista, è lo strumento giusto in questa fase?
«I sondaggi sono strumenti importanti, perché permettono di sondare gli umori della popolazione: la cosa saggia è farne con costanza, per non lasciar crescere una distanza di sensibilità tra chi decide e i cittadini. C’è però un punto da tenere sempre a mente: il sondaggio non sostituisce mai la politica».

Sondaggio da una parte, primarie dall’altra. Strumenti alternativi?
«A livello di partecipazione reale non c’è partita tra i due. Ma se si vuole la massima forza possibile non vanno messi in alternativa: ad esempio si può fare un sondaggio per monitorare gli orientamenti dei cittadini, e poi consultare gli elettori con le primarie. Sempre sapendo che le primarie sono uno strumento straordinario — a Milano molto utili in passato — ma anche considerando che giustamente, non sono un dogma».

In poche settimane sono fiorite decine di candidature: autocandidati, espressioni di partito, civici. Non si era mai visto nulla di simile in così poco tempo. Come lo legge?
«È il vero nodo. C’è un’eterogenesi dei fini: chi vuole posizionarsi, chi pensa di avere qualche possibilità, chi non si sente rappresentato, chi immagina una grande occasione. Ma il dato di fondo è la fine di un ciclo. Il ciclo Sala, saldatosi in parte con quello precedente: non i cinque anni di Pisapia isolati, ma quasi quindici anni che volgono al termine. A ciò si aggiunge una percezione confermata dai dati — le ultime regionali nella città di Milano, i sondaggi più recenti, compresi i nostri, che segnalano un vantaggio del centrosinistra: insomma la sensazione che possa vincere ancora. Ecco perché in tanti dicono: voglio esserci. Per vincere davvero, o anche solo per posizionarsi in vista del ciclo futuro».

Sì, ma questo fiorire di candidature nelle ultime settimane ha riguardato piuttosto massicciamente anche il centrodestra…
«Lì la ragione è in parte diversa. Anche per il centrodestra la fine del ciclo è un’occasione, ma se a sinistra prevale la sensazione che si vincerà, a destra prevale una sorta di disorientamento di fronte alla potenziale occasione. C’è, come si diceva un tempo, molta confusione sotto il cielo — e quando c’è confusione, per qualcuno il momento è eccellente. In molti riflettono su come muoversi, e vedendo lo stallo, si posizionano: perché una volta che ti sei posizionato, per farti ritirare qualcuno deve venire a trattare con te».

Da entrambe le parti, con quante candidature davvero credibili, però?
«Molte meno di quante ne siano uscite, da entrambe le parti. Non voglio darne un giudizio, ma quelle realmente competitive sono assai meno di quelle annunciate: vale a sinistra, dove i nomi solidi sono pochi, e vale a destra, dove per ora non vedo ancora un profilo avviato ad essere alternativa al centrosinistra».

Soprattutto nel centrodestra si discute molto tra candidato civico e candidato politico. Come legge quanto dibattito?
«Se “civico” significa soltanto un’etichetta, è qualcosa di debole. Il civismo è forte quando è un progetto: quando riesce a pescare al di fuori del recinto dei partiti. E questo accade solo se l’uomo o la donna che lo incarna è una figura credibile, con una storia propria, l’espressione di un’idea di città. Senza quella visione resta appunto un’etichetta e diventa un civico che è in realtà espressione dei partiti».

Siamo fini a parlare di progetto per la città. Cosa deve contenere, oggi?
«Il progetto spiega ai cittadini quali sono le tue priorità, e le priorità dicono che visione del mondo avrai da sindaco. I temi, in fondo, sono sempre gli stessi: chiunque governi dovrà occuparsi di case, urbanistica, cultura, sicurezza. La visione dice due cose: quali sono le tue priorità e, soprattutto, chi viene prima. Non solo le priorità tematiche, ma le priorità tra i cittadini, chi rappresenterai davvero. Non esiste una risposta corretta: è il grande gioco della politica. Ma non è la stessa cosa guardare la città con gli occhi di un bambino, con quelli di chi vive in periferia o con quelli di un imprenditore del centro storico».

Manca un anno al voto, e il centrosinistra milanese sia in consiglio comunale che fuori è percorso da tensioni interne. Quanto pesano?
«C’è una fase di conflitto, ma non ancora a livelli paragonabili ad altre situazioni. Il punto è capire di cosa si tratta: se sono le fisiologiche distanze che maturano dopo quindici anni di percorso, e che chiedono una sintesi per ripartire, o qualcosa di più profondo. Per ora mi sembra ancora la prima. Ma un anno può essere sia poco che tanto, E la seconda ipotesi, cioè la frattura più profonda, sarebbe assai più pericolosa».