Giustizia
Mirenda e l’egemonia della sinistra: “Vuole controllare la formazione delle giovani toghe, come reclute Le correnti fanno proselitismo”
«La sinistra, in particolar modo quella giudiziaria, si fa riconoscere sempre per una insopportabile “spocchia”. Chi ha idee diverse deve essere per forza denigrato e offeso: solo chi è di sinistra ritiene di essere nel giusto e di avere la verità in tasca. Ma non solo. Con i suoi giornali di riferimento riesce a condizionare da anni il mainstream e a tacitare tutte le voci contrarie», dice al Riformista il giudice Andrea Mirenda, consigliere indipendente del Csm, commentando l’attacco dei suoi colleghi progressisti al professor Mauro Paladini, presidente della Scuola superiore della magistratura, raccontato ieri su queste pagine.
Mirenda non parla da osservatore esterno. Anzi, rivendica una biografia che rende ancora più significativo il suo giudizio: «Lo posso dire tranquillamente, essendo la mia storia tutta a sinistra, figlio di un agente di pubblica sicurezza, da giovane vicino al Pci e poi da magistrato iscritto a Magistratura democratica». Per questo, sostiene, il problema non è lo scontro in sé, ma l’atteggiamento di chi considera legittima soltanto una determinata area culturale e delegittima automaticamente chiunque non vi appartenga. Come appunto Paladini, primo presidente non progressista della Scuola superiore della magistratura. Secondo Mirenda, il caso Paladini è comunque soltanto l’ultimo episodio di una partita molto più grande. «Quello che sta accadendo alla Scuola è il risultato del No al referendum: è in corso una guerra senza esclusione di colpi fra le correnti dell’Associazione nazionale magistrati per il controllo della formazione dei giovani colleghi».
La ragione, poi, è anche elettorale. «Fra qualche mese ci saranno le elezioni per il rinnovo della componente togata del Csm e le correnti sono alla ricerca spasmodica di visibilità. Ogni occasione diventa quindi utile per rafforzare il proprio consenso interno e prendere voti», sottolinea Mirenda. In tale quadro, la Scuola superiore della magistratura assume un valore strategico. «La Scuola, senza che nessuno si senta offeso, è come un Car dell’epoca, il centro addestramento reclute: le correnti la vogliono perché è il luogo per eccellenza dove si fa proselitismo sui giovani magistrati». È lì, sostiene Mirenda, che si formano non soltanto le competenze professionali, ma anche gli orientamenti culturali e associativi delle future generazioni di magistrati. Insomma, «è lì che si costruisce il consenso e si fanno le tessere».
Una lettura che offre una chiave diversa per interpretare le polemiche che da settimane travolgono Paladini. Il presidente della Scuola è diventato infatti il bersaglio di una dura offensiva mediatica, accusato di poca trasparenza nella gestione delle attività a Scandicci. La sua elezione, come detto, ha segnato una discontinuità rispetto agli ultimi vent’anni, durante i quali la Scuola era stata sempre guidata da personalità riconducibili all’area progressista. Da ciò l’accusa, avanzata da una parte della magistratura associata e rilanciata da alcuni organi di stampa, di una presunta «occupazione» dell’istituzione da parte della maggioranza di governo di centrodestra. In questo contesto è esploso il caso dei verbali del Comitato direttivo, trasmessi con alcuni omissis. Una polemica che, però, trascura un elemento: la pubblicazione integrale dei verbali non era mai stata la prassi neppure sotto le precedenti gestioni. L’attuale dirigenza ha invece scelto di renderli accessibili, oscurando esclusivamente i dati personali e le parti la cui diffusione è vietata dalla normativa sulla privacy.
Per Mirenda il nodo della vicenda è proprio questo. Più che le decisioni asseritamente assunte in questi mesi da Paladini di nascosto, ad aver provocato la durissima reazione di una parte della magistratura sarebbe il fatto che, per la prima volta dopo molti anni, la Scuola superiore della magistratura è guidata da una figura estranea all’area culturale tradizionalmente egemone all’interno della magistratura associata. Quando cambia un equilibrio consolidato, osserva il consigliere indipendente del Csm, il rischio è che il confronto smetta di riguardare il merito delle scelte e si trasformi in uno scontro identitario. È in questa chiave che, dunque, va letto il caso Paladini. Come diceva Franco Califano, tutto il resto è noia.
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