La vicepresidente del Parlamento Europeo, Pina Picierno, ha lasciato il Pd di cui – da leader dei giovani della Margherita – era stata tra i fondatori. Dal Lingotto alle ultime Europee, è stata sempre tra le dirigenti più attive e più votate, con le preferenze. Finché non ha dovuto dire basta, con quel coraggio che le donne mettono in campo nei momenti più difficili. Una scelta sofferta ma inesorabile, data la deriva dei Dem. Oggi Picierno guida Spazio Pubblico, un’associazione politicariformista e aperta che dialoga con le formazioni del centro, nella prospettiva di porre fine al bipolarismo forzoso.

A Torino, città simbolica per la storia della sinistra e del Pd, ha messo le basi di Spazio Pubblico. Che cosa vuole diventare questa sua nuova casa?
«Spazio Pubblico nasce per ricostruire ciò che in questi anni è andato disperso: una cultura politica riformista, europeista e democratica capace di unire libertà, giustizia sociale e responsabilità di governo. Non è un partito personale né un contenitore elettorale, ma un luogo aperto a chi vuole costruire un’alternativa seria ai populismi e alle rendite identitarie. L’obiettivo è riportare alla politica un Paese che oggi, troppo spesso, o resta a casa perché disgustato dall’offerta esistente oppure si tappa il naso e vota per mancanza di alternative».

Che risposta sta ricevendo dai tanti riformisti sparsi, senza più partito? C’è ancora voglia di impegnarsi per ridare un’anima al popolarismo democratico?
«Sto incontrando un entusiasmo che va oltre le aspettative. Molte persone non avevano smesso di credere nella politica, avevano semplicemente smesso di riconoscersi nell’offerta esistente. Amministratori, professionisti, giovani e volontari chiedono uno spazio dove il riformismo torni a essere una cultura di governo e non una posizione marginale. Questo bisogno esiste ed è molto più diffuso di quanto si racconti».

Il Pd era nato al Lingotto. Poi, nella sostanza, è morto con il nuovo corso di Elly Schlein. Sono cambiati anche i militanti, i dirigenti? Si sono richiusi in una ridotta identitaria?
«Più che le persone è cambiata la cultura politica. Il Pd era nato per tenere insieme tradizioni diverse dentro una vocazione maggioritaria. Oggi prevale troppo spesso una logica identitaria che privilegia la testimonianza rispetto alla capacità di governare. Non è una critica ai militanti, che continuano a impegnarsi con generosità, ma a una linea politica che ha ristretto il campo invece di allargarlo».

Qual è lo spazio politico di Spazio Pubblico? Il dialogo con Calenda, Marattin ed Europeisti va avanti?
«Il nostro spazio è quello del riformismo europeo, liberale, democratico e progressista. Il dialogo con tutte le realtà che condividono questa ispirazione è aperto, ma esistono linee rosse che non possono essere superate. Qual è la posizione sull’energia? Sulle grandi opere? Sul mercato del lavoro? Sulla giustizia? Sulla politica fiscale? Sul sostegno all’Ucraina? Sulla difesa europea? Non sono bandierine identitarie né vezzi personali, ma scelte pragmatiche indispensabili per governare il cambiamento e arrestare il declino di un’Italia che conta sempre meno in Europa ed è diventata un enorme hub del populismo».

L’obiettivo finale è quello di andare alle politiche del 2027 con una formazione unitaria, una federazione?
«Il modello che guardo con maggiore interesse è quello francese. Attorno a Renaissance convivono partiti diversi che mantengono la propria identità, la propria storia e la propria autonomia, ma scelgono di convergere su un progetto comune di governo. È un modello più moderno delle fusioni a freddo che abbiamo sperimentato in Italia. Credo che non dobbiamo perderci in formule organizzative o alchimie politiche: dobbiamo costruire un programma forte, europeista, riformatore e pragmatico. Se c’è una visione condivisa, anche identità diverse possono rafforzarsi a vicenda».

La crescita economica e il rilancio della classe media vanno a braccetto? Ha pesato l’assenza di una voce riformista? E perché l’opinione pubblica italiana reagisce così poco ai crimini della Russia?
«Non esiste crescita duratura senza una classe media forte. Servono investimenti, innovazione, salari migliori e un mercato unico europeo più integrato. L’assenza di una voce riformista ha impoverito il dibattito economico. Sul fronte dell’Ucraina pesa invece una gigantesca opera di disinformazione che ha anestetizzato una parte dell’opinione pubblica italiana. Difendere Kyiv significa difendere anche la sicurezza, la libertà e il futuro dell’Europa».

Il Pd e la sinistra negli anni hanno sterilizzato la politica internazionale. Salvo condannare Israele ogni mezz’ora, sul mondo non sembrano avere un’idea, una visione.
«L’Europa vive una stagione in cui politica estera e difesa sono tornate a essere il cuore della politica. Non possiamo limitarci a commentare le crisi una per una senza una strategia complessiva. L’Italia deve contribuire alla costruzione di una vera sovranità europea, sostenere l’Ucraina, contrastare le autocrazie e difendere i diritti umani con coerenza. La politica estera non può essere dettata dagli slogan o dai riflessi ideologici».

Il tema della Difesa rimane urgente. La spesa italiana deve ancora adeguarsi alle nuove necessità?
«Sì. Investire nella difesa oggi significa garantire sicurezza, autonomia strategica e capacità di deterrenza. Non è una scelta contro qualcuno, ma a favore della pace. Per troppo tempo abbiamo delegato la nostra sicurezza ad altri. Oggi il contesto internazionale impone un salto di qualità. Una difesa europea più forte rappresenta il completamento naturale del progetto di integrazione europea».

Legge elettorale, qual è la proposta di Spazio Pubblico? Serve più rappresentanza e meno premio di maggioranza?
«Noi vogliamo restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Per questo siamo favorevoli al ritorno delle preferenze. Le liste bloccate hanno allontanato gli elettori dalla politica e rafforzato il potere delle segreterie. Una democrazia più forte passa anche da qui: parlamentari scelti dai cittadini e non nominati dall’alto. Serve una legge che garantisca governabilità, ma senza sacrificare la rappresentanza né il rapporto diretto tra elettori ed eletti».

Vicenda Rai, che cosa sta succedendo e come si può risolvere lo stallo?
«Sulla Rai il campo largo e il centrodestra sembrano i ladri di Pisa: di giorno litigano e di notte vanno a rubare insieme. In questi anni abbiamo assistito a una spartizione con il bilancino: il Pd ha avuto la sua fetta della torta, così come il Movimento 5 Stelle e così come la destra in tutte le sue sfumature. Ogni nomina viene concordata e parcellizzata, dai capi struttura fino a chi gestisce il bar di Saxa Rubra. Gli autori chiedono alle segreterie dei partiti quali esponenti invitare, sorelle, mogli e parenti vengono promossi nel nome del più classico consociativismo. Dovrebbero sostituire il cavallo di viale Mazzini con un monumento al Manuale Cencelli. Il Pd fa sorridere quando parla di TeleMeloni, così come la destra quando rivendica una presunta egemonia culturale. A me interessa salvare il servizio pubblico, che nei fatti è già diventato un servizio privato dei partiti».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.