L'editoriale
La Vigilanza Rai: un relitto da smantellare. Cacciare i partiti non è solo decenza estetica
L’altro ieri la Commissione di Vigilanza Rai si è dimessa in blocco: prima tutta l’opposizione, con la presidente in testa, poi — per ripicca — la maggioranza. Epilogo di due anni di paralisi: un organismo incapace perfino di ratificare un presidente già designato, si è dichiarato morto da solo. Diciamo allora una cosa né di sinistra né di destra, ma di buon senso: nessuno cerchi di rianimarlo. La Vigilanza è un’aberrazione istituzionale che, da quando esiste, ha fallito ogni obiettivo ed è oggi il principale ostacolo a qualsiasi riforma della tv pubblica. Va abolita, senza rimpianti.
Nella forma attuale la Commissione nacque nel 1975 con la “Riforma della Rai”. E con un intento nobile: sottrarre il monopolio tv al Governo, all’epoca egemonizzato dalla DC, affidandolo al Parlamento in nome del pluralismo. Risultato: l’istituzionalizzazione della lottizzazione. Da casa degli italiani che era, la Rai si trasformò in un attimo nel condominio dei partiti: Rai 1 alla DC, Rai 2 al PSI, poi Rai 3 al PCI. E la Commissione parlamentare diventò un suk dove capigruppo e peones, da allora, si accapigliano per piazzare direttori e capiredattori, spacciando la spartizione per “garanzia democratica”.
Come funziona all’estero
Fuori dai nostri confini, tra le grandi democrazie un soviet parlamentare che controlla un’azienda editoriale è una rarità condivisa quasi solo con la Spagna — non proprio un faro del servizio pubblico. La BBC risponde a una Carta Reale attraverso un Board ed è regolata da un’authority esterna (Ofcom); nemmeno lì mancano ingerenze, ma a Londra l’anomalia fa scandalo e produce dimissioni, a Roma è la norma e produce carriere. In Francia vigila l’Arcom, autorità indipendente. In Germania nei Rundfunkräte siedono società civile, sindacati e chiese, con un tetto di un terzo ai membri politici imposto dalla Corte costituzionale: e persino lì un giudice ha dovuto ingabbiare i partiti. Ma solo in Italia quaranta parlamentari perdono tempo a cronometrare i secondi delle dichiarazioni dei leader nei tg.
Il fallimento pratico italiano
L’aspetto più patetico di questa morbosa ossessione per Viale Mazzini è poi il suo fallimento pratico. I partiti si svenano per occupare la Rai, convinti che controllare il telecomando significhi controllare l’urna. Colossale illusione. Certo, in epoca di monopolio la DC occupò la tv per decenni vincendo sempre; ma da quando esistono mercato televisivo ed elettorato mobile, vale una beffa ricorrente, quasi una maledizione: chi occupa militarmente la tv di Stato viene quasi sempre sconfitto nelle urne. Finanche l’onnipotente Berlusconi, che nel 2006 controllava Palazzo Chigi, la Rai e le proprie reti: un potere mediatico senza precedenti in Occidente. Risultato: perse. Di misura, ma perse: se il telecomando avesse orientato i voti, con quell’arsenale avrebbe stravinto. Come Renzi che, all’apice del potere, plasmò una Rai a sua immagine: ne seguirono lo schianto del referendum del 2016 e la disfatta elettorale. O i gialloverdi, che ribaltarono i vertici Rai nel 2018; l’anno dopo l’alleanza implose e i 5 Stelle, azionisti di maggioranza di quell’occupazione, finirono dimezzati nelle urne.
La rivoluzione e il modello BBC
Gli italiani non sono stupidi: fiutano la propaganda e puniscono chi si illude di addormentarli dal piccolo schermo. L’occupazione della Rai porta sfiga, politicamente parlando. E dunque, non fosse altro che per scaramanzia, tutti potrebbero convenire nell’adottare una soluzione drastica: staccare la spina alla Vigilanza e avviare una rivoluzione copernicana verso il modello BBC. Facendo della Rai una fondazione autonoma, guidata da manager scelti per competenza e non per tessera, finanziata con certezza e vigilata solo da un’authority indipendente. Cacciare i partiti dalla Rai non è solo decenza estetica: è l’unica via per salvare quella che viene definita pomposamente “la più grande azienda culturale del Paese” (non è affatto così, ma quanto ci piace ripeterlo!), prima che muoia definitivamente di asfissia burocratica e partitica.
Il Riformista non prende finanziamenti pubblici
P.S. A proposito: vale la pena spendere anche una parola per i populisti fintamente incazzati alla Di Battista. La sua associazione ha appena chiuso la raccolta firme per abolire il finanziamento pubblico ai giornali. Sul merito avete ragione, e lo diciamo senza fatica. Noi del Riformista, da liberali, di finanziamenti pubblici non ne percepiamo e non ne abbiamo mai chiesti. Ma perché tanta furia contro qualche milione di contributi all’editoria e tanto silenzio sul carrozzone miliardario su cui i partiti si scannano in Vigilanza? Se vi indigna il denaro pubblico usato per addomesticare l’informazione, la Rai lottizzata dovrebbe togliervi il sonno. Coraggio: la prossima raccolta di firme fatela per abolire la Vigilanza. Per una volta, potremmo combattere insieme per una buona causa.
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