Le Ragioni di Israele
Elezioni in Israele, ipotesi 20 ottobre: Bennett e Eisenkot alla sfida con Netanyahu
Il Likud, il partito di Netanyahu che detiene la maggioranza relativa alla Knesset, il Parlamento israeliano, ha proposto il 20 ottobre come data delle elezioni politiche per la scadenza della legislatura. Quel giorno si deciderà se Bibi manterrà la leadership dello Stato ebraico oppure dovrà cedere lo scettro del premierato a Naftali Bennett o all’emergente Gadi Eisenkot. Queste elezioni coincidono con il momento più difficile e più angosciante per Israele dopo il terribile 7 ottobre 2023 e tutto ciò che ne è conseguito. Il tradimento di Trump nei confronti dello Stato ebraico ha lasciato il segno. L’opinione pubblica è basita, incredula di fronte al comportamento dell’Amministrazione americana, e ogni giorno che passa segna una distanza sempre maggiore nel rapporto tra Bibi e Trump. Il Likud sta rimuovendo i cartelli elettorali che raffigurano Netanyahu e Trump insieme, perché ormai considerati deleteri e controproducenti. La figura del presidente americano in Israele è vista sempre più con fastidio: toglie voti, non ne aggiunge.
Ogni due ore sentiamo dichiarazioni diverse da Trump. Ha detto che il memorandum d’intesa costringerà l’Iran a fare grosse rinunce, che verranno elaborate nei 60 giorni successivi, ma al contempo sostiene che gli Stati Uniti sono sempre pronti a bombardare nuovamente il territorio iraniano con mezzi estremamente distruttivi. Non rivelare poi il contenuto del memorandum (che, si noti bene, non è un accordo ma una dichiarazione d’intenti) al suo più grande alleato, o forse ex alleato a questo punto, è un fatto estremamente grave. A Tel Aviv si teme il peggio e si respira una preoccupazione nell’opinione pubblica superiore perfino a quella dei 40 giorni di guerra contro l’Iran, quando missili balistici colpivano le città israeliane con il dichiarato obiettivo di prendere di mira i civili.
L’opposizione politica israeliana incalza e alimenta il fuoco contro Netanyahu, che forse si è gettato un po’ troppo a capofitto con Trump. Forse si poteva intuire l’ambiguità del personaggio già da alcuni episodi del recente passato, ma questo è il senno di poi: facile dirlo dopo gli eventi negativi e non prima. C’è da dire anche che, ogni volta che Israele ha operato, da Gaza all’Iran passando per il Libano, Trump ha sempre imposto uno stop alle operazioni dell’Idf nei momenti cruciali. L’accusa a Israele di impiegare troppo tempo per eliminare i propri nemici è grottesca, oltre che ridicola. Potrebbe forse mandare i suoi marines a combattere contro Hezbollah, così da poterne verificare personalmente l’efficacia. Si tratta di un vero e proprio fallimento strategico, caratterizzato da continue interferenze nelle decisioni israeliane. Bibi, se non cambierà qualcosa, potrebbe pagare un prezzo politico molto elevato per questa situazione.
Netanyahu è politicamente nel pieno della bufera, sia per la situazione internazionale sia per le continue polemiche interne. A partire dalla questione del servizio militare obbligatorio per i giovani ultraortodossi, che continua a essere respinto, fino all’impossibilità di far approvare una legge che garantirebbe comunque un sussidio alle famiglie dei renitenti alla leva con figli. Ogni giorno gli ultraortodossi manifestano con forza, bloccando strade e autostrade principali, e rappresentano una parte significativa dell’elettorato dell’attuale governo e di quello futuro al quale Netanyahu aspira.
Ben-Gvir, altro alleato scomodo, spinge per un confronto aperto con gli Stati Uniti. Naftali Bennett, leader di fatto del blocco dell’opposizione, ha dichiarato che il cambio del regime iraniano inizierà quando ci sarà il cambio della guardia al governo di Israele. Secondo Bennett, la leadership di Bibi si avvia alla conclusione con una sconfitta politica e strategica nei confronti dell’Iran.
© Riproduzione riservata






