TEL AVIV – In un contesto interno surriscaldato dalla campagna elettorale ormai iniziata, che si concluderà con le elezioni politiche del prossimo ottobre, all’interno delle due coalizioni che si sfideranno per la conduzione della prossima legislatura si notano atteggiamenti spregiudicati dei rispettivi schieramenti, senza esclusione di colpi bassi. Nella coalizione di opposizione è già in atto una lotta per chi sarà il futuro primo ministro israeliano nel caso di vittoria elettorale, e il partito di sinistra dei «Democratici», per bocca del suo leader Yair Golan, ha già messo in chiaro che non darà il voto per la formazione di qualsiasi governo che risulti vincente su Netanyahu, ma che dovranno essere messi sul tavolo alcuni princìpi per loro irrinunciabili, come l’istituzione del matrimonio civile.

Dall’altra parte Netanyahu è sotto ricatto ancor prima delle elezioni, dove Ben-Gvir cerca di massimizzare a suo vantaggio la trappola libanese, e i partiti ultraortodossi stanno cercando di ottenere una legge che certifichi la loro esclusione dal servizio di leva obbligatorio prima delle elezioni, in modo da assicurarsi il futuro. Potrebbero, se non accontentati, dare il loro consenso alla formazione di una commissione d’inchiesta statale, già richiesta dall’opposizione, per definire le responsabilità del 7 ottobre. Inchiesta statale sempre rifiutata da Bibi perché, forse non del tutto ingiustificatamente, giudica la commissione prevenuta in partenza, essendo composta da giudici in prevalenza di sinistra.

Questa campagna, che rischia di erodere nuovamente l’unità sociale dell’opinione pubblica israeliana, finisce per dare meno risalto agli avvenimenti che si stanno susseguendo in Libano e ai colloqui tra l’Amministrazione americana e il regime degli ayatollah. Il giorno dopo la telefonata durissima tra Trump e Netanyahu sono ripresi a Washington i colloqui tra Israele e Libano per cercare di arrivare a un’intesa che possa essere il preludio a una pace tra i due Stati. La logica americana è quella di contenere Hezbollah e Israele per non compromettere i risultati negoziati. Martedì l’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, e la sua omologa libanese Nada Hamadeh si sono incontrati a Washington con il vice consigliere per la sicurezza nazionale americana Mike Needham. Nonostante il nuovo cessate il fuoco, nel quale Israele ha accettato forzatamente la volontà di Trump di non colpire Beirut, Hezbollah continua a lanciare razzi e droni contro i centri abitati civili del nord di Israele. Due razzi sono stati intercettati sopra Misgav Am, ed Hezbollah ha pubblicamente respinto il cessate il fuoco a queste condizioni.

Il problema è riuscire a togliere dalla morsa di Hezbollah il Paese dei Cedri e riportarlo all’antico splendore che merita. L’esercito regolare libanese non è in grado di portare a termine un compito così gravoso, e gli Stati Uniti stanno pensando di addestrare i soldati libanesi affinché possano affrontare e disarmare le milizie terroriste di Hezbollah. È ovvio che l’Iran cerchi di mettere tutto dentro lo stesso calderone strategico e di provocare Israele affinché il possibile accordo Usa-Iran non sia separato da quello israelo-libanese. Ma il Libano vuole, nella sua maggioranza, anche se non può ammetterlo pubblicamente, una totale autonomia dal regime iraniano, e i suoi cittadini desiderano vivere nella sovranità del proprio Paese come uno Stato normale.