Quella tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu è stata una telefonata tesa, forse una delle più dure dall’inizio della guerra. Dopo l’escalation in Libano e la minaccia iraniana di interrompere i negoziati come risposta ai nuovi raid israeliani nel Paese dei cedri, il presidente degli Stati Uniti aveva provato a minimizzare. “Non mi interessa” aveva detto The Donald a chi gli chiedeva delle voci da Teheran sullo stop a qualsiasi trattativa. Ma la questione, in realtà, interessava eccome alla Casa Bianca, tanto che, dopo alcune ore, Trump ha voluto sentire il diretto interessato, il suo amico “Bibi”, e ha annunciato sul social Truth che lo Stato ebraico e Hezbollah avevano optato per una sorta di cessate il fuoco.

La telefonata, secondo Axios, sarebbe stata particolarmente complicata. Secondo le fonti del portale Usa, i toni si sarebbero accesi quasi subito, arrivando direttamente agli insulti. Trump avrebbe etichettato Netanyahu come un “pazzo” e lo ha accusato di comportarsi senza alcuna gratitudine. “Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il c***. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo”. Questa la sintesi di un funzionario Usa sulla telefonata del presidente americano al premier di Israele. Per un’altra fonte, invece, il tycoon si sarebbe scagliato contro Netanyahu chiedendogli urlando cosa stesse facendo in Libano. Diverso il resoconto dell’emittente israeliana Channel 12. È vero che i toni sono stati aspri e che la telefonata, anzi, le due telefonate, sono state particolarmente tese. Ma a detta di un membro dello staff del primo ministro, non si sarebbe arrivati agli insulti.

Dopo la prima conversazione, intorno alle 19 israeliane, Trump ha scritto su Truth il suo messaggio riguardo alla tregua accettata dallo Stato ebraico e da Hezbollah. Dopo alcune ore per, verso mezzanotte, c’è stata una seconda telefonata più tesa in cui i due leader si sarebbero lamentati reciprocamente di come era stato commentato il colloquio precedente. Trump ha accusato Netanyahu di avere fatto intendere che gli attacchi sarebbero proseguiti con la stessa intensità. Il premier ha accusato invece il presidente di avere parlato di un cessate il fuoco su tutti i fronti, mentre l’Idf non ha intenzione di interrompere qualsiasi operazione contro Hezbollah. Sempre secondo Channel 12, Trump non avrebbe però fatto alcun riferimento alle vicende giudiziarie di “Bibi” e quest’ultimo si sarebbe poi impegnato a non attaccare Beirut qualora la milizia sciita avesse definitivamente interrotto gli attacchi contro Israele. Condizione, questa, ribadita ieri anche dal ministro della Difesa, Israel Katz. Trump può tirare un sospiro di sollievo, ma non può dirsi completamente soddisfatto. E non lo sono nemmeno Israele e il Libano. Beirut è terrorizzata dall’idea di sprofondare in una guerra in cui è vittima ma non attrice. Ieri sono ripresi i colloqui diretti a Washington tra il governo israeliano e quello del Paese dei cedri. Il presidente Joseph Aoun ha detto che non c’è alternativa ai negoziati con lo Stato ebraico. Ma la guerra non è affatto finita nel sud del Libano e nel nord di Israele. Clima di tensione anche in Iraq, dove ieri i Pasdaran hanno sparato contro una nave commerciale italiana Msc, nei pressi del porto di Um-Qasr, per fortuna senza gravi conseguenze.

Da Teheran, intanto, sono arrivati di nuovo segnali di freddezza rispetto alle trattative con gli Stati Uniti. Secondo l’agenzia Fars, lo scambio di messaggi tra i funzionari iraniani e quelli Usa al momento è fermo. Marco Rubio ha continuato a predicare un cauto ottimismo. “L’operazione Epic Fury ha avuto successo nel raggiungere gli obiettivi militari. L’Iran ha ancora molti droni perché sono facili da produrre” ha detto il segretario di Stato al Senato. “Siamo in trattative: c’è una prospettiva davanti a noi” di un accordo “che potrebbe essere oggi, domani o la settimana prossima. Siamo fiduciosi”, ha continuato Rubio. Per le fonti dell’agenzia iraniana Mehr, i delegati di Teheran starebbero in realtà ancora lavorando a una risposta da dare a Washington per arrivare un’intesa sul memorandum. Ma a detta di Mohammad Jafar Assadi, numero due di Khatam al Anbiya (il comando che riunisce tutte le forze armate iraniane e i Pasdaran), la ripresa della guerra “è inevitabile” perché “gli Stati Uniti chiedono la nostra completa resa”. Mentre Netanyahu è stato netto: “Le fondamenta di questo regime del terrore in Iran si sono incrinate. Non tornerà mai più a essere ciò che era e, vi dico, è destinato a cadere”.