Il caso
La Rai affonda: Viale Mazzini senza Presidente, la Vigilanza si dimette. Monteleone nel mirino: non si allinea con Gaza
La commissione di Vigilanza Rai non c’è più. Hanno rimesso le deleghe tutti, l’opposizione prima e la maggioranza poi. D’altronde Viale Mazzini naviga nel caos già da un po’. Manca una figura apicale e il governo la tiene a briglie sciolte. Un caos nel quale trovano spazio quelle aree di grigio che allignano tra gruppetti sindacali e parapolitici pronti ad alzare la voce, nell’incertezza generale.
Il caso di Antonino Monteleone
Fa scuola il caso di Antonino Monteleone. L’apprezzato conduttore Rai – contratto esterno, ci mancherebbe – miete un lusinghiero 4,6% in prima serata, su Rai Tre, quando su Rai Uno si giocano i mondiali. Però ha un problema. Non si allinea al palestinismo. Non declina la parola Israele con tutti gli epiteti che un vademecum non scritto – ma rispettatissimo – impone di fatto ai giornalisti Rai. Per Monteleone, pensa un po’ dove si arriva, è inopportuno parlare di genocidio. Lo ha scritto in un post su X, commentando il fatto che a Gaza, dato il caldo, si va serenamente in spiaggia. Facendo soltanto notare come siano quasi esclusivamente uomini quelli inquadrati nelle foto dei bagnanti gazawi. Apriti cielo. Una nota sdegnata del Cdr Approfondimento lo biasima. Che poi “Approfondimento”, in Rai, non è una testata. Il Comitato di Redazione solitamente attiene alle testate, ma lasciamo stare. La nota di condanna è ferma. E la rilancia l’Usigrai. E la riprende Stampa Romana. E la fa sua il consigliere del Cda Rai, Roberto Natale.
Per Antonino Monteleone, però, la vicenda va ben oltre la polemica nata da un post sui social. Il punto, sostiene il conduttore Rai, è tutto politico e investe il ruolo stesso del servizio pubblico. Le dimissioni della Commissione parlamentare di Vigilanza rappresentano un fatto distinto, osserva, ma ricordano quale dovrebbe essere la funzione di quell’organismo, nato – ricorda – da una decisione della Corte costituzionale proprio per garantire il pluralismo dell’informazione. Ed è da qui che prende le mosse la sua riflessione. «Se la Vigilanza serve a garantire il pluralismo – dichiara Monteleone – allora deve essere possibile anche sostenere che l’esistenza di un genocidio a Gaza debba essere accertata da un tribunale internazionale e non stabilita per acclamazione. Se questo non si può dire, allora non stiamo più parlando di pluralismo».
Il conduttore Rai non nasconde lo stupore per il tono assunto dalla polemica. Comprende la posizione di un sindacato che, a suo giudizio, ha scelto una linea politica precisa, ma resta sorpreso dal fatto che gli venga contestato il rifiuto di utilizzare il termine “genocidio”. «Io mi rifiuto di usare quella parola – spiega – perché attorno a quella parola si sono creati dei mostri. Il mio problema non è che sono cieco. È che uso tutti e due gli occhi». Monteleone respinge anche l’accusa di avere minimizzato quanto accade nella Striscia. «Non ho mai paragonato Gaza a Miami», puntualizza. Piuttosto, osserva come alcune immagini diffuse nelle ultime settimane entrino in contraddizione con una certa narrazione. Ricorda i locali che annunciavano la ripresa delle forniture di dolci e le fotografie delle spiagge affollate. «Questo non significa negare le macerie o la guerra. Le macerie ci sono perché c’è stata una guerra. Io non criminalizzo chi va in spiaggia. Contesto una narrazione che deresponsabilizza il popolo palestinese». Anzi, aggiunge il conduttore Rai, il suo auspicio è esattamente opposto: «Io voglio che il popolo palestinese prenda nelle proprie mani il proprio destino, senza per questo voler cancellare il proprio vicino». La questione, insiste, è diventata rapidamente un caso politico. «Si è arrivati perfino a dire che non dovrei più lavorare in Rai», osserva. E considera paradossale che proprio mentre la legge e la Corte costituzionale impongono il pluralismo, l’unica voce apertamente fuori dal coro tra i conduttori venga additata come un problema.
La libertà di espressione e le intimidazioni
Monteleone difende anche il diritto dei giornalisti a utilizzare i social network. Fulmina chi sostiene che dovrebbe limitarsi a pubblicare fotografie private o delle proprie sessioni di allenamento. «Faccio il giornalista. I social sono uno strumento attraverso cui esercito la libertà di esprimere il mio pensiero. Altrimenti passa l’idea che, siccome lavori per la Rai, devi stare zitto». Rivolgendosi direttamente al consigliere d’amministrazione Roberto Natale, racconta di avergli detto che sarebbe pronto a sostenere qualsiasi battaglia per garantire a tutti i giornalisti la stessa libertà di espressione. «Non ho trovato nessuna disposizione che mi impedisca di intervenire su una delle questioni più discusse degli ultimi cinquant’anni», osserva.
Quello che lo preoccupa maggiormente, aggiunge Monteleone, è il clima che si è creato attorno alla vicenda. Parla apertamente di intimidazione e racconta di avere ricevuto numerosi messaggi dopo che alcuni esponenti politici hanno chiesto pubblicamente il suo allontanamento dalla Rai. «Quando dei politici chiedono che un giornalista venga estromesso dal servizio pubblico, dovremmo preoccuparci tutti. Gli editti o valgono sempre o non valgono mai». Nel confronto con Roberto Natale, racconta ancora, ha cercato di riportare il dibattito sul terreno del pluralismo. «Il messaggio che passa è questo: se ti conformi alla parola d’ordine puoi parlare, se non ti conformi vieni colpito con la clava».
Poi c’è il capitolo degli ascolti. Monteleone non nasconde una punta di amarezza. «Filo Rosso» cresce da tre settimane consecutive, sottolinea. Il 4,6% di share in prima serata su Rai 3, contro i Mondiali di calcio e contro il programma di Nicola Porro, viene descritto da alcuni come un insuccesso. «Tra noi e Porro ci sono appena cinquantamila spettatori di differenza. Non pretendo applausi, ma non si può raccontare che sia un cattivo risultato». Il conduttore legge anche questa polemica come parte dello stesso meccanismo. Finché si è discusso degli ascolti, dice, non c’erano argomenti. Esaurito quel terreno, l’attenzione si è spostata sulle sue opinioni espresse sui social, che del resto non ha mai nascosto. Eppure, rivendica, le sue convinzioni personali non hanno mai inciso sul lavoro quotidiano. «Nessuno può dire che io escluda qualcuno dal dibattito. In trasmissione invitiamo ogni settimana politici che nella maggior parte dei casi non la pensano come me».
Alla fine, Monteleone torna al punto di partenza. La questione non riguarda Gaza, né un singolo post su X. Riguarda il diritto di pensare diversamente all’interno del servizio pubblico. «Se un marziano leggesse questi comunicati – conclude – arriverebbe a due conclusioni: la prima è che il genocidio sia ormai una verità storica indiscutibile, e non è così; la seconda è che, se non sei conforme a ciò che vuole l’Usigrai, non hai diritto di esprimere la tua opinione in Rai. Ma davvero vogliamo che sia questo il significato del pluralismo?».
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