E niente, non c’è stato verso. Anche l’ultimo tentativo di Papa Leone XIV, con un’accorata lettera in cui chiedeva un ripensamento, è andato a vuoto. Risultato: a seguito delle illegittime – ancorché valide – consacrazioni episcopali effettuate dalla fraternità S. Pio X, scatterà la scomunica latae sententiae, la cui immediata conseguenza sarà il riproporsi di uno scisma di cui francamente non si sentiva il bisogno.

Poteva andare diversamente? Sì, se solo i lefebvriani avessero fatto un bel bagno di umiltà. Che però non c’è stato, preferendo arroccarsi – “sono fissati, seguono la loro ideologia”, ha detto il cardinale Müller al Corriere della Sera – sulle loro stravaganti posizioni (esemplare la “Professione di fede cattolica” recapitata al Pontefice qualche giorno fa) fino al punto di mettersi, loro, fuori dalla comunione ecclesiale. Ma si sa, l’orgoglio è una brutta bestia; non per nulla è un peccato capitale. Né, sia chiaro, le cose potranno cambiare fintanto che la fraternità di S. Pio X continuerà a trattare la Tradizione come un feticcio, per di più autoproclamandosi come gli unici interpreti e custodi autentici, ponendo come sine qua non per la ricomposizione della frattura il rigetto da parte della Chiesa del Concilio Vaticano II e il contestuale ritorno alla Chiesa tridentina, dai tradizionalisti ritenuta l’unica e vera Chiesa.

Oddio, c’è da capirli i lefebvriani. A causa dell’ecclesiologia del Concilio di Trento, che pure tanti meriti ha avuto, per secoli schiere di sacerdoti si sono trastullate con il giocattolino di una concezione clericale della Chiesa, e con essa del sacerdozio, tale per cui la Chiesa si risolveva (si risolve?) con la gerarchia. E i laici? Non pervenuti, ridotti al rango di comparse o, al massimo, a braccio secolare del clero, in ogni caso meri ricettori della pastorale e di una pastorale, oltretutto, prevalentemente sacramentale. Poi è arrivato il Vaticano II, e il giocattolo s’è rotto (questa è l’unica “rottura” operata dal Concilio). Come? Con la costituzione Lumen gentium, grazie alla quale è stata mandata in soffitta la vecchia concezione piramidale della Chiesa a favore di un’ecclesiologia di comunione dove la Chiesa è un corpo all’interno del quale ciascun fedele, in virtù del battesimo, partecipa all’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, senza per questo nulla togliere al sacerdozio ministeriale.

Il problema dei lefebvriani, prima ancora che la riforma liturgica, l’ecumenismo, la questione della libertà religiosa, è esattamente questo. E, spiace dirlo, ma l’atteggiamento di chi si straccia le vesti innanzi al Vaticano II contrapponendogli il Concilio di Trento, assomiglia da vicino a quello degli scribi e dei farisei nei confronti di Gesù contrapposto alla Legge mosaica. Allo stesso modo per cui sbagliarono allora coloro i quali non seppero o non vollero vedere le cose nuove che Dio stava facendo in Gesù senza cancellare le vecchie, così sbaglia oggi chi rifiuta il rinnovamento del Vaticano II pretendendo di congelare l’azione di Dio nella storia con la Chiesa tridentina. Peccato solo che la storia si divida in prima e dopo Cristo, non in prima e dopo Trento.

Un aspetto, in particolare, che la dice lunga sul livello di ideologizzazione del tradizionalismo, è la critica alla dichiarazione Nostra aetate di aver cancellato l’infamante accusa di deicidio con la quale per secoli sono stati marchiati gli ebrei. Accusa, va detto a chiare note, iniqua oltreché, cosa ancor più grave, teologicamente infondata. Quale sarebbe, infatti, la “colpa” di cui si sarebbero macchiati gli ebrei che condannarono Gesù? Eccola: quella di non aver creduto che era il Figlio di Dio. Molti credettero in Lui, molti altri no. E tra questi, i capi, le autorità religiose dell’epoca che lo condannarono con l’accusa di essere un bestemmiatore perché secondo la legge mosaica nessun uomo poteva dirsi Figlio di Dio.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: si può incolpare qualcuno, estendendo oltretutto l’accusa a un popolo intero, per non aver avuto fede? Ovviamente no. Non solo. Se per assurdo volessimo parlare di colpa, anche così la prospettiva andrebbe ribaltata applicando alla “colpa” degli ebrei nei confronti di Gesù la stessa lettura che diede S. Agostino del peccato originale quando disse: “Beata colpa, che meritò tale e così grande Redentore!”. Questo, sempre che si abbiano occhi non accecati dall’orgoglio e dalla presunzione. Chi ha orecchi, intenda.

Luca Del Pozzo

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