Dopo oltre diciotto mesi dall’avvio della riforma, il Tribunale di Milano, apripista in Italia sulla digitalizzazione del processo, alza bandiera bianca. Con un decreto di questa settimana, il presidente Fabio Roia ha prorogato fino al 30 settembre la sospensione dell’obbligo di utilizzare l’applicativo APP per una serie di procedimenti penali. Formalmente si tratta di una misura tecnica. Nella sostanza, però, il provvedimento rappresenta una nuova e pesante presa d’atto delle difficoltà che continuano a caratterizzare la digitalizzazione della giustizia penale italiana.

La scelta arriva dopo mesi di verifiche, tavoli tecnici e sperimentazioni. Nonostante alcuni miglioramenti, il sistema presenta ancora criticità incompatibili con un utilizzo esclusivo e obbligatorio. Non più problemi fisiologici tipici della fase di avvio di una riforma, ma malfunzionamenti che incidono direttamente sull’operatività quotidiana di magistrati, cancellerie e avvocati. Tra le criticità segnalate ci sono gli atti che spariscono“: depositi telematici che non vengono acquisiti correttamente e che non transitano tra le diverse piattaforme informatiche. Non si tratta di inconvenienti marginali. Nel processo penale ogni deposito, ogni scadenza e ogni trasmissione documentale possono incidere sulla libertà personale degli imputati e sull’effettività del diritto di difesa. Per questo motivo il decreto, nel ripristinare il tradizionale deposito cartaceo, ricorda l’impossibilità di affidare integralmente al sistema attività che richiedono certezza assoluta nella gestione degli atti.

Emblematico è appunto il caso delle memorie difensive e delle istanze degli avvocati. In diversi casi, secondo quanto riportato nel provvedimento, i documenti caricati sul portale non sarebbero stati acquisiti dai sistemi informatici. Una circostanza che ha costretto gli operatori a ricorrere a strumenti alternativi, come la PEC, per evitare il rischio che atti rilevanti restassero “invisibili” agli uffici giudiziari. Sul terreno della sicurezza e della riservatezza emergono altre preoccupazioni. Il decreto segnala infatti che alcune richieste di misure cautelari possono risultare accessibili prima dell’attivazione delle procedure di segretazione. Ancora più sorprendente è la constatazione che l’applicazione della riservatezza possa determinare la temporanea scomparsa del fascicolo dal sistema.

Il quadro appare ancora più problematico osservando la situazione del Tribunale del Riesame. Qui le funzionalità necessarie per una gestione digitale completa non risultano ancora pienamente disponibili. Le sperimentazioni avrebbero addirittura evidenziato difficoltà nella trasmissione degli atti tra Procura e Riesame, una criticità che rende difficile immaginare, almeno nel breve periodo, il superamento delle modalità tradizionali. Di fronte a questo scenario, la proroga della sospensione assume un significato che va oltre la dimensione organizzativa. Milano è il più grande tribunale italiano e rappresenta il laboratorio per eccellenza per l’innovazione giudiziaria, il luogo dove avvenne il primo deposito telematico sperimentale. Se proprio qui si ritiene necessario mantenere il doppio binario, il segnale per l’intero sistema giudiziario nazionale è evidente.

Il decreto sembra smentire implicitamente una delle promesse che hanno accompagnato la riforma: quella di una rapida transizione verso un processo penale completamente digitale. A distanza di mesi dall’introduzione dell’obbligatorietà, la realtà descritta continua a essere invece quella di un’infrastruttura incompleta, caratterizzata da problemi tecnici, carenze funzionali e difficoltà di interoperabilità. La trasformazione digitale della giustizia non può essere perseguita sacrificando affidabilità, sicurezza e garanzie processuali. Per questo motivo Milano ha scelto ancora una volta la prudenza. Una prudenza che, letta tra le righe del decreto, somiglia sempre più a una richiesta rivolta al ministro della Giustizia Carlo Nordio: completare finalmente un sistema che, dopo oltre diciotto mesi di applicazione, continua a essere percepito come un cantiere aperto.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere